Calcagno (vice pres. Aic): “Serie A deve tornare in campo. Stipendi…”

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3 Aprile 2020, 09:09
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Il “Corriere dello Sport” ha intervistato in esclusiva il vice presidente dell’Associazione italiana calciatori, Umberto Calcagno (ex giocatore della Sampdoria, tra le altre). La Lega Serie A sembra spaccata esattamente in due fronti: tornare a giocare oppure concludere qui la stagione. L’Aic preme per concludere i campionati, ecco perché

VOLONTA‘ – La Serie A si sta attrezzando per tornare a giocare. Difficile ipotizzare date certe, ma la Lega (che oggi si riunirà in Assemblea) appare spaccata in due fronti. Stando alle parole di Umberto Calcagno, vice presidente dell’Aic: “Bisogna tornare a giocare, lo dobbiamo a noi stessi e al calcio. Noi faremo la nostra parte ma il conto non possono pagarlo solo i calciatori. Ero abituato a fare migliaia di chilometri per incontrare i calciatori e i vertici istituzionali, ora è una continua call conference. I nuovi strumenti e l’organizzazione degli staff permettono di seguire da vicino il lavoro che viene fatto dai calciatori a casa, serve anche questo per farsi trovare pronti“.

DATE – Già, ma quando sarà possibile tornare davvero in campo: “Non possiamo saperlo, ma abbiamo la responsabilità di lavorare ogni giorno per creare le condizioni per riprendere la stagione e portarla a termine regolarmente. È quello che stiamo facendo con la Fifpro, il sindacato mondiale, che è interlocutore di Fifa e Uefa, per capire quali tecnicismi adottare per programmare anche la prossima stagione“.

FRONTE DEL SI – I calciatori vogliono tornare in campo e vogliono concludere i campionati? “Sì. È una questione di responsabilità del sistema sportivo. Se non sarà possibile, sarà solo per colpa dell’emergenza. Ma noi ci auguriamo di uscire presto dalla crisi, quando si tornerà a parlare di calcio giocato sarà un segnale importante per il Paese. Se qualcuno ci imponesse lo stop, sarebbe un danno per tutto il sistema“.

TAGLI – Accordo tra società e calciatori, per il taglio stipendi, rischia di scavalcare l’Aic: “Noi siamo in contatto con tutti i rappresentanti all’interno delle squadre e sappiamo bene che un accordo quadro valido per tutte le società non può essere raggiunto. Ci sono tante realtà differenti, all’interno della stessa Serie A, poi in B e in Lega Pro, che forse è quella più omogenea. Quanto agli agenti, non siamo in contrapposizione: noi non negoziamo contratti, dobbiamo tutelare invece posizioni collettive“.

ESEMPIO – Il modello Juventus, con due mensilità e mezzo spalmate sulla prossima stagione, non è replicabile altrove. Giusto? “Vero. Alla Juve non c’è nessun contratto in scadenza al 30 giugno, è risaputo che con alcuni calciatori (Chiellini, Buffon e Matuidi, ndr) c’era già l’accordo per il rinnovo. E comunque ricordiamoci che è difficile trovare una sintesi anche all’interno della stessa squadra: ci sono situazioni disomogenee. Il problema però è un altro. C’è troppa demagogia sugli stipendi dei calciatori, da parte di tutti. Noi calciatori facciamo la nostra parte, ma tocca anche agli altri soggetti del sistema calcio che è arrivato a questa emergenza con i conti non in ordine. Questa crisi deve essere l’occasione per riequilibrare il sistema e riformarlo“.

RICHIESTE – Quali sono le richieste dell’Aic? “Una nuova distribuzione delle risorse, visto che siamo il sistema più sperequato che ci sia in Europa. Parlo di squilibri sia all’interno della Serie A che tra la A e le altre leghe con l’attuale ripartizione stabilita dalla legge Melandri. Per questo vogliamo il Fondo di solidarietà: il 10% di una mensilità lorda deve servire a tutelare i redditi più bassi, penso a chi è al minimo federale ma anche alle ragazze di A e B, ai giocatori di calcio a 5, che sono professionisti di fatto perché vivono di calcio. Ma, ripeto: serve una riforma strutturale, non la soluzione temporanea a un’emergenza“.

ICEBERG – Tema antico: la sostenibilità del sistema: “Serve il contributo di tutti, altrimenti i presidenti continueranno a considerarci dei soci quando ci sono perdite, chiedendoci di aiutare ad appianare i conti, e invece dei dipendenti e basta quando ci sono utili. Anche chi guadagna il doppio o il triplo di un lavoratore medio non può rinunciare a cuor leggero a tre-quattro stipendi. Anche i calciatori di Serie C pagano le rate del mutuo. La metà dei professionisti in Italia ha contratti al di sotto dei 50.000 euro lordi, circa 2.500 euro netti al mese. Non mi sembra che siano loro il problema. E mi dispiacerebbe se qualche presidente, specialmente in C, mirasse alla chiusura della stagione per risparmiare“.

SCHIERAMENTI – Per lo stop si è esposto però anche più di un presidente di A: “Solo il virus può determinare la mancata chiusura dei campionati, non certo il risparmio o la convenienza per qualcuno. Forse non ci rendiamo conto di cosa significherebbe non concludere i tornei: un dramma sportivo. E non oso immaginare la serie di ricorsi. Meglio sforare con questa stagione e concluderla in piena estate piuttosto che passare i prossimi mesi nelle aule dei tribunali e partire comunque in ritardo con la nuova annata“.

PRECAUZIONI – Alla ripresa i medici sportivi chiedono di far sostenere di nuovo la visita di idoneità a chi è stato contagiato dal Covid-19. I calciatori sono d’accodo? “Noi andiamo oltre: visite di idoneità obbligatorie per tutti, come si fa a inizio stagione. Con esami ulteriori per chi ha avuto il Covid-19, visto che non sappiamo quali conseguenze può portare nell’immediato. Stiamo parlando di atleti professionisti che devono spingere le loro prestazioni al massimo livello”.

Fonte: Corriere dello Sport – Ettore Intorcia


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