Materazzi: “La cosa più interista l’ho fatta per Facchetti. SMS? Mourinho…”

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19 Maggio 2020, 15:57
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Materazzi – ex difensore dell’Inter – è il protagonista odierno di “Letters to Inter”, format ideato dal sito ufficiale della società nerazzurra per creare un filo diretto tra leggende e tifosi. Lo storico numero 23 interista scrive una lettera a cuore aperto ricordando i momenti clou della sua esperienza a Milano. Di seguito la prima parte della sua lettera

DAL 2002 AL 2010 – La lettera di Marco Materazzi all’Inter inizia con un motto: “Per me è sempre stata questione di vita o di morte. Ogni partita, ogni pallone. Antipatico, per qualcuno insopportabile, anche fastidioso. Me ne hanno sempre dette di tutti i colori. Però lo sapete, sono così, lo sono sempre stato. Che sia una partita di calcio o una di ping-pong con i miei figli: perdere mi fa troppo male. E quando ho perso non mi sono mai vergognato di piangere: aiuta a sfogarsi, a esprimere un sentimento. Le mie lacrime nerazzurre sono state di sconforto, di gioia, di affetto, di disperazione. Di gloria. Il mio viaggio all’Inter è stato come un giro sulle montagne russe. Montagne russe dolci: qualche scossone, qualche avvitamento, salite ripide, picchiate verso i trionfi. Ho pianto il 5 maggio, ho pianto dopo l’euro-derby, ho pianto quando Giacinto [Facchetti, ndr] ci ha lasciati, ho pianto quando abbiamo vinto tutto, ho pianto quando stringendo José [Mourinho, ndr] sulla mia spalla gli dicevo: «Resta». Scrivendo queste righe mi sembra di essere di nuovo su uno di quei sedili delle montagne russe. E allora allacciate le cinture, ci rifacciamo il giro insieme. Quando sono arrivato all’Inter ci ho messo pochissimo a capire che qui sarebbe stato diverso. Tutto quello che ho fatto in maglia nerazzurra mi sento che sia valso doppio: ‘Contro tutti e contro tutto’. L’abitudine alla sofferenza io l’avevo allevata già da piccolo. Mio papà faceva l’allenatore, quindi lo seguivamo nelle varie città. Questo vuol dire che, ogni volta, dovevo salutare gli amici e ricominciare da zero, a scuola e nelle partitelle. Mi sono conquistato tutto un passo per volta, anche con fatica, su campi difficili”.

DA FACCHETTI A MOURINHO – Materazzi non dimentica tutte le persone che gli sono state vicino in carriera: “Quando mi chiedono quanto pesasse il pallone del rigore calciato ai Mondiali o quello dello Scudetto a Siena, rispondo sempre così: io ho sempre vissuto portandone con me due, di palloni. Sotto un braccio avevo il Super Tele, quello della leggerezza e della spensieratezza, quello dei primi calci e delle traiettorie imprevedibili. Sotto l’altro braccio quello di cuoio, pesante: quello da adulto, delle responsabilità che ho imparato a prendermi. Andavo al campo a vedere le partite dei più grandi, facevo anche il guardalinee pur di stare lì, vicino all’azione. Ogni pallone calciato è stato un mix di tutte quelle cose. Siena, 2007. Avevo detto a mia moglie e ai miei figli: «Tranquilli, vi riporto lo Scudetto». Mi vengono i brividi quando rivedo l’esultanza dopo il primo gol, quell’abbraccio con il mio amico Dejan [Stankovic, ndr]. Lui, però, il mio rigore (battuto due volte) non lo ha guardato. Ma non lo avrei sbagliato: lì doveva iniziare il nostro percorso. Ricordo che dopo quella partita furono le parole di Nicola Berti a farmi sentire orgoglioso e felice: disse che ero il suo erede perché incarnavo i sentimenti degli interisti. Forse però una cosa ancora più interista l’avevo già fatta. Estate 2006, Giacinto era già malato. Lui per me è stato un papà, un fratello, un amico. Mi capiva, anche nei momenti più difficili. Man mano che andavo avanti con l’Italia verso la finale di Berlino gli scrivevo: ‘Ti aspetto, devi venire a vedermi’, ma sapevo che sarebbe stato impossibile. A fine agosto gli avevo promesso: ‘Vengo a trovarti in ospedale e ti porto la Supercoppa’. Vincemmo 4-3 contro la Roma, mi presentai da lui con il trofeo. Quel giorno erano venuti a prendergli l’impronta del piede per il Golden Foot: lo aiutai ad alzarsi, si appoggiò a me mentre veniva preso il calco. Morì qualche giorno dopo. Non potevo non parlare di Giacinto. Ora, però, nel nostro viaggio sull’ottovolante nerazzurro andiamo in picchiata verso il 2009/2010. E per farlo prendo la rincorsa da lontano, da Pasadena, dall’amichevole Chelsea-Inter. Perdemmo 2-0, ma capii che qualcosa stava nascendo. Mandai il famoso SMS a Samuel Eto’o, anche se lui non aveva il mio numero: ‘Se vieni all’Inter, vinciamo tutto’. A proposito di messaggini sul telefono. Spesso arrivavano quelli di Mourinho: era il suo modo per tenerci tutti sulla corda, ci sentivamo tutti presi in considerazione, anche chi giocava di meno. La tensione, in allenamento, era sempre alta. Ogni seduta era una piccola guerra nella quale tutti davano il massimo”.

Fonte: Inter.it


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