Chivu: “Infortunio in Chievo-Inter, primo pensiero: la famiglia. Ho vissuto…”

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13 Aprile 2020, 15:13
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Christian Chivu, eroe del Triplete e ora allenatore dell’Inter Under 17, ha scritto una bella lettera sul sito del club nerazzurro partendo dall’infortunio alla testa il 6 gennaio 2010 contro il Chievo. Ecco le parole dell’ex difensore

PRIMO PENSIERO – “Non riuscivo a muovere il braccio sinistro. Era paralizzato. Non ho mai perso conoscenza e mentre mi mettevano sulla barella, mentre mi portavano fuori dal campo, la mia testa funzionava ancora, nonostante la botta tremenda. C’erano tantissime persone attorno a me: compagni, medici, infermieri, uno stadio intero che mi guardava. Ho avuto un primo e pressante pensiero: quello per mia moglie, per mia figlia, per la mia famiglia. Avevo un solo modo per comunicare con loro, che guardavano dalla tv: ho alzato l’altro braccio. Era il mio grido per dir loro: ‘Sto bene, andrà tutto bene'”.

PREOCCUPAZIONE – “Dentro di me, però, montava una preoccupazione soffocante: riuscirò a tornare ad essere una persona normale? Non pensavo al calcio, al ritorno in campo, alle partite. Sull’ambulanza avevano iniziato a raccontarmi i passaggi: l’operazione, la convalescenza, cosa mi sarebbe successo. Io però volevo solo la certezza che sarei tornato ad essere un uomo, un papà, un marito normale”.

DUBBIO – “Quando mi sono svegliato ero nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale a Verona. Non lo nego: ho chiesto quanto fosse finita Chievo-Inter. Avevo un po’ di confusione, non ricordavo se il gol lo avesse segnato Balotelli o Pandev, ma è un dubbio che in realtà si sono portati avanti un po’ tutti. Ho capito subito una cosa, sdraiato in quel letto: sarebbe stata lunga. Ecco, quello che non mi aspettavo è che, una volta lasciata Verona, avrei dovuto passare altre tre settimane in ospedale a Milano. Controlli, accertamenti, pazienza. E, soprattutto, un altro intervento: quello necessario per ottenere l’idoneità sportiva. Era il passaggio più importante, quello per tornare ad essere un calciatore”.

CICATRICE – “Non pensavo fosse così grande, la cicatrice. Ma non ci ho mai dato troppo peso, era solo il segno di un percorso che doveva riportarmi a essere me stesso. La guardi allo specchio e ti dici che alla fine sei stato un uomo fortunato, che bisogna essere ottimisti. È quasi tranquillizzante. Quasi. Io il mio corpo lo avevo imparato a gestire da tempo. Sono arrivato all’Inter con una spalla lussata, non c’era tempo per operarla e sono finito a giocare una stagione con la spalla che poteva uscire – e usciva – al minimo contatto. Si trattava di giocare senza il supporto di un braccio. Ho chiuso la carriera con 13 interventi, non ho mai mollato”.

DIFFICILE – “Il fatto è che il protocollo per l’intervento alla testa era rigoroso, serviva l’idoneità sportiva per tornare in campo. Dalla testata con Pellissier del 6 gennaio 2010 me l’ero immaginato tante volte il mio rientro. Ma era complicato. Le prime corse sono state tra i momenti più duri”.


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