Zanetti: “Triplete? Nasce nel 2008! Mourinho, Moratti e Ibrahimovic…”

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16 Maggio 2020, 09:34
Javier Zanetti
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La copertina di “SportWeek” è dedicata all’Inter del Triplete, nel giorno del secondo trofeo di quella splendida annata: lo scudetto a Siena. Ne parla Javier Zanetti, con una carrellata di aneddoti da leccarsi i baffi

ALBORI – Il Triplete dell’Inter nasce un giorno di giugno del 2008, lancette indietro. Parola di Javier Zanetti: «Ero a Fiumicino, stavo per imbarcami per l’Argentina con mia moglie Paula. Squilla il telefono, vedo un numero portoghese. “Boh”, penso. Rispondo. Ascolto una voce, in italiano: “Sono José Mourinho, ho appena firmato per l’Inter, scusami se non parlo benissimo, sei la prima persona che chiamo. Conto su di te, sarai il mio capitano”. Finisce la chiamata, guardo mia moglie e le dico: “Paula, è successa una cosa incredibile”. Lei era senza parole. Come me».

IMMAGINI – Javier Zanetti fissa il punto di partenza della gloria. Quello di arrivo è noto a tutti, ma è difficile scegliere un singolo frame della stagione del Triplete: «Facile – ribatte Zanetti – quando entriamo in campo al Bernabeu per fare riscaldamento, l’immagine dei nostri tifosi, la spinta perfetta per coronare il sogno. Non posso dimenticare».

IL COLPO – Eppure, quella stagione non era partita nel migliore dei modi per Zanetti e compagni: «Con la Lazio, in Supercoppa, giocammo una gran partita, non avremmo meritato la sconfitta. Addio di Zlatan Ibrahimovic? Eravamo a Los Angeles, dopo l’amichevole col Chelsea arrivò la notizia. Se ne parlava, non fu un fulmine a ciel sereno. E comunque, per uno che andava via, da noi stava sbarcando Samuel Eto’o. Insomma, la squadra non era mica depressa. Tensioni tra Ibrahimovic e noi argentini? A me non risulta. Fu una sua scelta, andare al Barcellona, non ci fu molto altro dietro. Noi con Ibrahimovic avevamo vinto negli anni precedenti».

UOMO IN PIÙ – Mourinho, in quell’estate del 2008, si era presentato con le parole giuste, che Zanetti ricorda come fosse ieri: «In ritiro ci spiegò il progetto: “Abbiamo trionfato in Italia. Ora dobbiamo fare qualcosa in più. Che dite se proviamo a fare la storia di questo club?. Le conferenze stampa di Mourinho? Dava il meglio di sé, tutta la sua personalità emergeva. Parlava chiaro, nello spogliatoio e fuori. A noi non restava che dargli ragione in partita Io nell’undici dei sogni dello Special One? Merito suo. Per me è un orgoglio. Con lui sono migliorato. Non ho mai avuto tanta fiducia in me stesso come con lui allenatore. Ho capito presto che, se avesse avuto bisogno, mi avrebbe schierato in qualsiasi ruolo. Mi creda: questa cosa qui per un calciatore è il massimo».

IMPRESE – Sul Triplete ne sono state scritte e dette tante. C’è chi sussurrava che fosse molto più semplice rivolgersi a Massimo Moratti (che oggi compie 75 anni, ndr) che a Mourinho: «Non andavamo né dall’uno né dall’altro. In quella squadra io ero il capitano, ma altri avevano già rivestito lo stesso ruolo nei club o in nazionale. Insomma: i guai ce li vedevamo e risolvevamo tra di noi. Anche litigando. In quella stagione litigammo tra di noi mille volte, c’erano personalità fortissime. Magari era solo un modo di scaricare la tensione. Una partita simbolo per ciascuna delle tre competizioni? In Champions League a Kiev eravamo fuori, all’intervallo Mourinho ci disse: “Ragazzi, o restiamo così e usciamo, oppure rischiamo”. Rischiammo e vincemmo. Ma se devo indicare una partita, dico la gara col Chelsea a Londra. Il sabato precedente avevamo perso a Catania, c’erano mille polemiche».

SVOLTA – In quel miniciclo di partite addirittura la panchina di Mourinho aveva iniziato a traballare. A pensarci oggi, co Triplete in cassaforte, viene da sorridere anche a Zanetti: «Ok: ci può essere risposta migliore di quella che la squadra diede a Londra? No. Il blocco era unico. Fu una svolta importante, sicuro. Ma, con i giocatori che c’erano, oggi posso dire che avremmo vinto comunque, con qualsiasi modulo. Partita simbolo della Coppa Italia? Semifinale di ritorno a Firenze. Quattro giorni prima avevamogiocato sullo stesso campo: pareggio in campionato, la Roma ci aveva sorpassato in testa alla classifica. Vincemmo noi, gol di Eto’o, andammo in finale: fu un segnale, l’ennesimo In campionato? Come simbolo direi Inter-Juventus: la prima partita da secondi in classifica. In teoria avremmo potuto mollare di testa, invece neppure per idea».

Fonte: SportWeek


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