Zanetti a 360°: “Io, l’Inter, la mia famiglia e il terzo libro! Mio figlio Tommy…”

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1 dicembre 2018, 18:35
Javier Zanetti

Javier Zanetti – ospite di “Verissimo” su Canale 5 -, per presentare il suo nuovo libro dal titolo “Vincere, ma non solo”, parla a 360 gradi della sua vita, dalla sua infanzia in Argentina al suo arrivo in Italia, dove l’Inter è diventata la sua seconda famiglia

ZANETTI OSPITE – L’ospitata di Javier Zanetti inizia con alcune immagini della sua vita: «Penso soprattutto a Buones Aires, dove ero un bambino che sognava di diventare un calciatore, ma non pensavo che l’occasione di arrivare in Italia e soprattutto all’Inter arrivasse così presto. L’Inter è la mia famiglia, mi sono sentito così da quando sono arrivato. Oltre a quello che uno può dimostrare in campo, l’Inter è una società che sul profilo umano ha un occhio di riguardo, mi è piaciuta fin dall’inizio e per questo sono ancora in questa società». Segue un video, in cui Zanetti omaggia la squadra del suo cuore: «Mi sono innamorato dell’Inter dai primi giorni perché è una società che ha un lato umano che altre non hanno. Essere interista vuol dire onore, essere fiero della maglia che uno ha difeso per tanto tempo. Mi sono innamorato dell’Inter non dopo una vittoria, ma dopo una sofferenza: per me questo ha un valore unico».

ZANETTI BAMBINO – La famiglia è stata fondamentale nella carriera e soprattutto nella vita di Zanetti: «E’ tutto bello quello che ho vissuto in questi anni in Italia e Argentina, certe immagini mi fanno tornare bambino perché non dimentico mai da dove arrivo. Per me è fondamentale essere umili, rispettare il lavoro che uno fa e la cultura del lavoro. Sognavo da bambino di fare la carriera del calciatore, mio padre Rodolfo faceva il muratore e io lo aiutavo, casa nostra l’ha costruita tutta lui. Un giorno, in una delle piccole pause che fanno i muratori, mio padre si ferma e mi dice: “Cosa vorresti fare da grande?”. E io gli rispondo: “Lo sai, il calciatore”. Da lì è stata una spinta importantissima per me, mio padre è sempre stato un punto di riferimento, con mia madre Violeta ha sempre fatto grandi sacrifici per non far mancare nulla a me e mio fratello Sergio, l’hanno fatto entrambi fin quando sono arrivato in Italia. Una delle vittorie più importanti per me, al di là dei trofei che uno può vincere, è stata quando ho detto ai miei genitori di smettere di lavorare e che da quel momento in poi si sarebbero potuti godere la loro vita insieme a me».

ZANETTI FIGLIO – In pochi sanno che Zanetti ha un secondo nome per un motivo ben preciso: «Il mio secondo nome è Adelmar, perché da piccolo ho rischiato di non farcela appena nato e un dottore mi ha salvato la vita: si chiamava Adelmar, allora mia mamma come secondo nome mi ha messo il suo. A scuola ero molto bravo, mi piaceva tanto, ero come adesso: uno sempre preciso! Avevo il grembiule sempre bianco perché mia mamma, precisa anche lei, mi faceva arrivare ogni giorno a scuola con il grembiule a posto e tutti si chiedevano come fosse possibile visto che i bambini si sporcano. Io facevo sempre subito i compiti così avevo più tempo per giocare a calcio. Mamma è venuta a mancare nel 2011 dopo una finale giocata con l’Inter, dopo aver vinto la Coppa Italia contro il Palermo. In mezzo ai festeggiamenti mamma mi lascia un messaggio in cui dice: “Complimenti figlio, siamo onorati e orgogliosi di te. Ti amiamo”. E’ stata l’ultima volta che ho sentito la sua voce. Perché dopo, mi chiamano al mattino presto in Italia: è mio padre, che mi dice che mamma è venuta a mancare. E’ stato uno di quei giorni tristissimi, purtroppo perché ero lontano e non sono riuscito a parlare con lei dopo la vittoria, ma sono partito subito in Argentina con mio fratello per abbracciare mio padre. Ma la mia mamma è sempre con me e dall’alto mi guarda. Il rapporto che avevo con mia madre è stato sempre di tanto amore. Quando sono arrivato in Italia i miei genitori sono venuti con me perché Paula, che allora era la mia fidanzata, doveva finire la scuola in Argentina. Loro sono stati fondamentali per me: ogni volta che tornavo dall’allenamento, vedere loro che mi aspettavano per bere il mate – come da tradizione argentina – e raccontarci la giornata… E’ stato sempre un rapporto legato, così come mio padre. Dopo hanno deciso di tornare in Argentina, la loro terra, giustamente lì si sentivano a casa loro. Io tornavo per Natale e per qualche partita della Nazionale Argentina, ma ci sentivamo sempre. Quella notte lì no, però mi è rimasto il suo messaggio con la sua bellissima voce: è sempre qui, nel mio cuore. Mio padre ha origini della provincia di Pordenone, parla un pochettino italiano e mi ha spronato perché io ho avuto un’esperienza negativa, molto triste: eravamo tifosi dell’Independiente, io iniziai lì e dopo un po’ di tempo un allenatore mi disse che non potevo più giocare perché ero gracile e non crescevo. E’ stato tristissimo per un bambino, nella squadra per cui tifi, ma mio padre mi disse di riprovaci e da lì in poi è iniziata la mia carriera e ho conosciuto anche Paula».

ZANETTI MARITO – L’anima gemella di Zanetti è la moglie, con il quale ha di recente festeggiato un importante anniversario: «Il 19 novembre di quest’anno abbiamo compiuto ventisei anni di fidanzamento: io avevo diciannove anni e lei quattordici. Io mi allenavo e lei giocava a pallacanestro: finivo i miei allenamenti e andavo a vedere lei. Un giorno ero in compagnia di un amico, Roberto, che l’ha invitata a casa sua e lì ci siamo conosciuti io e Paula, ci siamo dati un bacio sulla guancia e lì è iniziato tutto. Lo striscione “Paula te amo” gliel’ho messo sotto casa: l’ho fatto con alcuni amici, che mi hanno aiutato. Una sera sul tardi lo abbiamo messo a posto e al mattino Paula l’ha visto quando andava a scuola, ma queste cose a lei non piacciono perché si vergogna, ma io ancora non lo sapevo (ride, ndr). Era contenta, ma mi ha detto di toglierlo subito e io l’ho tolto. Lo abbiamo ancora a casa, dove ho un museo con tutte le nostre cose: tutta la mia storia è dentro il mio museo, dove abbiamo tantissime foto, anche perché lei ha studiato fotografia. Tutta la nostra storia è dentro questo museo. Ci siamo sposati dopo sette anni di fidanzamento. A lei piace la semplicità. Provavo tanta emozione nel giorno del nostro matrimonio, una notte incredibile: c’era tutta la mia famiglia e gli amici, abbiamo fatto una festa che è durata fino all’alba».

ZANETTI PADRE – La famiglia è sempre al primo posto per Zanetti, anche in un altro ruolo: «Il segreto dei miei capelli? Sono nato così, uso solo l’acqua, non uso neanche il phon! Solo i bambini possono toccarmi i capelli. Ho usato un cappello solo una volta (ride, ndr): era una festa molto bella. Mio padre mi diceva sempre: “Se hai i capelli a posto e le scarpe lucide, quella è la tua personalità”. Questa è stata la mia guida fin da piccolo. Ai bambini faccio tagliare i capelli dal mio stesso parrucchiere, ma Tommy (Tomas, ndr) – che è il più piccolo – vuole la cresta: non c’è problema (ride, ndr), cresceranno poi… Tommy è fanatico del calcio, sinceramente ogni volta tutte le sera giochiamo una partita a casa. Nacho (Ignacio, ndr) invece è l’intellettuale della famiglia, gli piace leggere. Sol è la principessa della famiglia, le piace cantare e ballare. Paula è la fotografa, io il vice-presidente: diciamo che siamo messi bene (sorride, ndr). Non mi preoccupa il futuro di Tommy qualora diventasse un calciatore, l’importante è che lui possa crescere con i valori giusti: sta a me e Paula educare i nostri figli in questa memoria. Non dimentico mai da dove arrivo: alcune volte loro, che vivono un’altra realtà, quando torniamo in Argentina li portiamo nelle sedi della nostra fondazione così possono capire che non tutto è dovuto e che senza sacrificio non si ottiene nulla. Non è solo per l’educazione dei miei bambini, ma per la generazione di adesso: bisogna tornare alle radici perché quelli sono i valori che preparano le persone alla vita».

ZANETTI CALCIATORE – Tornando al campo di gioco, Zanetti non dimentica la sua ultima partita con la maglia dell’Inter: «Non è stato semplice dire addio perché erano tanti anni che giocavo, pensare a quel momento lì era difficile, però un giorno doveva arrivare. Tra l’altro nella mia ultima stagione ho sofferto un grave infortunio, mi sono rotto il tendine d’Achille. Sinceramente, quando tutti pensavano che a quarant’anni quella potesse essere la mia ultima partita, appena ho capito che era un infortunio grave la mia mente era proiettata al mio ritorno in campo: volevo tornare a giocare a San Siro almeno per una partita in più, per sentire l’amore dei tifosi. E così è stato. Anzi, ho potuto giocare più di una partita. Però quella notte lì è stata indimenticabile: volevo che quella notte non finisse più, una notte interminabile. Ho dormito pochissimo perché sapevo che per me sarebbe stata una grande emozione: c’era la mia famiglia, i miei bambini e tutta la gente venuta a San Siro per la mia ultima partita. Ricevere tutto quell’affetto è rimasto nella mia memoria. I miei soprannomi sono: appena arrivato in Italia “El Tractor” per la mia maniera di giocare; “Pupi” per la mia fondazione; e “Il Capitano“. Diciamo che nessuno mi chiama “Vice-Presidente“, per tutti sono ancora “Il Capitano”, però va bene così (ride, ndr)».

ZANETTI CAPITANO – La fascia di capitano, subito dopo il suo numero 4, ha accompagnato gran parte della carriera di Zanetti all’Inter: «Anche nei momenti di difficoltà, che sono quelli più complicati, io ero un capitano a cui piaceva sempre il dialogo: parlavo con tutti, si affrontava sempre il problema con il dialogo tra tutti, magari non quando si perdeva una partita, ma dopo un lungo periodo negativo si facevano riunioni e nello spogliatoio io parlavo per primo, ascoltavo i miei compagni e si prendeva la decisione per il bene della squadra, che è la cosa più importante per vincere. Facevo tanti scherzi, a Yuto Nagatomo gliene feci uno appena arrivato all’Inter: l’ho fatto cantare e ballare dentro lo spogliatoio, ma lui non poteva dire niente perché era appena arrivato (ride, ndr). Siamo diventati grandi amici: i giapponesi per cultura sono molto rispettosi e mi piace molto».

ZANETTI DIRIGENTE – Terminata la carriera da calciatore, Zanetti ha intrapreso quella dietro la scrivania: «Giro con un paio di pantaloni di ricambio perché ho i muscoli talmente grossi che i pantaloni si possono rompere e scoppiare, bisogna sempre avere un piano B (ride, ndr). La cosa più difficile è stata indossare giacca e cravatta tutti i giorni (ride, ndr). E’ un’altra vita, diversa dal campo. Volevo affrontare un’altra tappa in quello che era non più il campo per poter conoscere un aspetto diverso del calcio. Tutti pensavano che sarei stato legato solo alla parte sportiva, ma io preferisco avere una visione più ampia, a 360 gradi. Per questo questo mi piacciono i progetti sociali e giro il mondo per valorizzare il brand dell’Inter, a cui teniamo tanto per la crescita del club, così posso trasmettere tutti i miei valori, prima come calciatore e ora come dirigente. Ho studiato in “Bocconi” perché tutti dobbiamo essere preparati e io ci ho creduto iniziando questo nuovo lavoro, di cui sono felicissimo. Mi sono seduto con altri compagni in università, con i ragazzini più giovani. All’inizio dopo qualche foto e autografo ho detto loro: “Adesso studiamo” (ride, ndr). Mi piace tanto, conosco un altro aspetto che mi arricchisce come persona, mi fa stare bene e spero di lasciare la mia impronta anche come dirigente».

ZANETTI EDUCATORE – Tra calcio e famiglia, il fair play di Zanetti è invidiabile: «Sono stato espulso solo due volte in venticinque anni di carriera e per doppia ammonizione. Una cosa simpatica è che una volta un arbitro mi conosceva e non voleva essere lui il primo a estrarmi il cartellino rosso, così gli ho dato la mano e sono andato via. Mi è sempre piaciuto interpretare il calcio con correttezza in campo, avendo il rispetto per gli avversari e i compagni. Siamo esempi per tanti bambini, il comportamento che abbiamo in campo e fuori un bambino lo vede e dobbiamo stare molto attenti: abbiamo una grande responsabilità. Una volta a inizio carriera ho avuto un litigio con un allenatore, che mi ha tolto, ma aveva ragione lui: stavo giocando bene in finale di Coppa UEFA e non avevo capito che il cambio era perché stavamo per andare ai rigori… Era Roy Hodgson e, ogni volta che ci troviamo, ci abbracciamo. Quel litigio è durato un minuto: io ho urlato tanto, ma lui di più (ride, ndr). Però è stata colpa mia. Conosco Christian Totti, siamo amici con Francesco: vedere bambini che crescono con questi valori è la cosa più bella che possa esserci, spero che tanti possano crescere con quell’esempio lì».

ZANETTI SCRITTORE – Infine, Zanetti parla del suo terzo libro, “Vincere, ma non solo“: «Devo ancora tradurre il libro in cinese o in inglese, ma al Presidente Steven Zhang ho detto quello di cui parlava e gli è piaciuto. Non ho mai pensato di fare l’allenatore, che è una cosa che uno deve sentire e sinceramente io non l’ho mai sentito. Anche parlando con Paula, che è la mia consigliera e con cui condivido tutto, ho capito che il mio profilo ideale sarebbe stato più come dirigente piuttosto che come allenatore. Il messaggio che voglio dare è quello dei valori, lo dico anche ai manager che ci sono in società: oltre alle competenze ci vogliono i valori umani per fare la differenza, questa cosa mi ha aiutato come calciatore e mi sta aiutando tanto come dirigente. Cosa sogno per domani? Prima sogno una vittoria dell’Inter a Roma (sorride, ndr). Un mio sogno è la felicità della mia famiglia, i miei bambini, che abbiano un grande futuro. Non mi devo dare da solo il voto, me lo devono dare le altre persone (sorride, ndr). Dieci e lode? Grazie mille!».

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