Murillo: “Come Samuel? Wow! Inter, se vinciamo lo scudetto…”

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2 gennaio 2016, 09:41
murillo

Terza e ultima parte della lunga intervista a Jeison Murillo realizzata dalla “Gazzetta dello Sport”. Il colombiano racconta il suo sogno italiano pensando allo scudetto e non ha paura di paragoni pesanti con fuoriclasse che hanno fatto la storia dell’Inter e non solo

SOGNO SERIE A… PRIMATO«La Serie A ovviamente è un Paradiso. E’ il campionato nel quale tutti prima o poi vogliono arrivare. Se lo pensavo così? Lo sognavo, ecco. Cosa penso quando dicono che l’Inter gioca male? Penso al primo posto. Penso che sia importante capire le cose che non vanno bene, migliorare sempre, acchiappare il momento e anche il risultato. Nel calcio, alla fine, conta quello».

SCUDETTO E TATUAGGI«Pronunciare la parola scudetto all’Inter non è un pensiero: è un dovere. Lotta fra Inter e Juventus? Noi pensiamo a noi, e basta. Ho quattro tatuaggi. Se vinciamo lo scudetto non ne faccio un altro, festeggio a casa, sul divano con Samantha, Bella e Dante».

ESPULSIONE INGIUSTA«Tutti sbagliamo, ma il mio rosso di Palermo proprio non lo capii. E ci rimasi male perché non era fallo. Comunque è passata, come la sconfitta con la Lazio: andiamo oltre. Non da difensore ma da giocatore: mi pare che gli arbitri fischino troppo. Uno sfiora col dito un altro, questo si butta per terra e fischiano. Mi pare eccessivo».

PARAGONI ILLUSTRI«E’ un grande piacere sentirmi accostato a giocatori di valore, come Samuel o Cordoba. Ma è il momento di essere… Murillo. Thiago Silva è un riferimento. Cosa penso di avere di lui? Io penso di avere tutto di… Murillo. L’altra sera, qui a Doha, ci siamo incontrati: era già successo, ma mai come in questo caso siamo riusciti a parlare un po’. Mi ha fatto i complimenti per il mio lavoro, mi ha incoraggiato e poi alla fine ci siamo scambiati la maglia. Bellissimo momento».

(NON) PAURA DI… MESSI«Il miglior attaccante affrontato? Quando non stai attento, tutti. Giocare contro Messi è speciale: lui è uno dei migliori, se non il miglior giocatore del mondo. Ma quella volta non fu merito mio ma dell’intera squadra».

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