Materazzi: “I miei aneddoti del Triplete: Mou, Eto’o, Sneijder, Stankovic…”

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19 Maggio 2020, 10:36
Materazzi
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La “Gazzetta dello Sport” ha fatto trovare a Materazzi ventitré aneddoti della stagione del Triplete, ecco tutti i suoi ricordi.

DIVERTIMENTO CON MOU – «Allenamento numero uno, subito partitine, sempre partitine: “Le voglio a cento all’ora”. Andai a casa felice: “Sono a fine carriera, ma almeno gli ultimi anni mi diverto”».

RICORDI E SMS – «Sono in ritiro negli Usa, mi torna in mente il Trofeo Bahía de Cartagena, agosto ‘99, Perugia-Real Madrid 1-1. Segnai l’1-0, poi entrò quel ragazzino di 18 anni: un’iradiddio, compreso l’assist per il pareggio di Morientes. Era Eto’o. “Che mi frega, io ci provo”, mi sono detto. E gli ho scritto: “Dai, vieni all’Inter che vinciamo tutto”».

PRIMO INCONTRO – «Poi Eto’o lo incontro alla Pinetina: lo guardo negli occhi e vedo esattamente la sua faccia da buono, quella che mi aveva convinto che non avrebbe reagito male al mio messaggio. Mi venne incontro sorridendo: un abbraccio, come se ci conoscessimo da sempre».

SENSAZIONI IN SUPERCOPPA – Supercoppa italiana, Inter-Lazio 1-2: «Partita incredibile, risultato strano, ma Eto’o di un’altra categoria: in realtà fu quel giorno che capimmo quanto eravamo forti».

L’ESORDIO DI SNEIJDER – Appena arrivato, in Milan-Inter 0-4: «L’avevamo visto allenarsi solo da lontano: con noi, mai. Riunione tecnica, fra gli undici c’è anche lui: nessuno fiatò, nessuno si guardò sorpreso. Sapevamo già che Mou era un diavolo: se lo faceva, sapeva perché. Infatti».

CHIVU E L’INFORTUNIO –  «Abbiamo fatto la doccia in 5’, tutti in ospedale. Dal giorno dopo: “Non fate scherzi, che torno in tempo”. “Non farli tu, ti aspettiamo”. Quando scattò dalla panchina verso la curva dopo il gol di Diego a Siena sembrava Bolt. E sei giorni dopo era titolare al Bernabeu».

LE MANETTE DI MOU – «Non ne poteva più, ma ci voleva far capire: “Si va in guerra: se ci state, vengo con voi”».

STRIGLIATA DOPO CATANIA – «Il giorno dopo Catania: Mourinho non risparmiò nessuno, neanche Toldo che non giocava mai. E neanche Eto’o, che sul- l’1-0, in contropiede, si era fermato invece di segnare perché Alvarez era a terra: “Non si era fatto niente… Bravi, sarete i campioni del fair play”».

INGRESSO A LONDRA – «Nella partita di Londra contro il Chelsea sapevo da dicembre che sarei potuto entrare. Mou mandò da me Rui Faria: “Stai giocando poco, ma se ti senti ancora motivato, sappi che ora avrai più spazio. E a Londra, partita inglese, forse servirai”. Entrai solo nel recupero, ma non fu un caso».

INGRESSO A MADRID – «José mi scrisse un sms appena finita la partita di Barcellona: “Stasera ho messo Cordoba per Bojan, in finale potrebbero entrare Gomez o Klose: toccherà a te”. Essere in campo anche solo per pochissimo non aveva prezzo».

IBRA E IL BARCELLONA – «Nella partita del girone contro il Barcellona a novembre, Ibra era in panchina infortunato. Incrociò lo sguardo di Vieira e gli fece una faccia tipo: “Mamma mia come giochiamo, che rumba”. Cinque mesi dopo l’abbiamo guardato noi, senza dirgli nulla: indifferenza, lo schiaffo peggiore. Bastavano le nostre facce».

REAZIONE ALLA PARATA – «Alla parata di Julio Cesar su Messi feci un salto per la paura e spaccai la panchina atterrando. E alla fine mi buttai vestito nella vasca idromassaggio gelata».

PRONTO A ROMA – «La finale di Coppa Italia a Roma, il 5 maggio. Brutta data per me, ma non avevo paura di un altro Olimpico da dimenticare. Josè mi caricava da tre giorni: “Sei pronto?”. Non iniziò benissimo: Sneijder fuori uso per una carezza di Nico Burdisso, io quasi per le gomitate di Mexes. Ma ero pronto…».

MILITO IN SPALLA – «A Siena ho preso Milito e gli ho detto: “Diego devi andare sotto la curva”. Lui troppo umile, si vergognava. “Ok, allora ti ci porto io…”. Sulle spalle».

MAGLIA AD HOC – «La maglia “nun è successo” l’ho fatta da solo il sabato mattina con Paolo e Claudio, i magazzinieri. Troppi “Nun succede, ma se succede…”: fu più forte di me».

LA MAGLIA PER LA FINALE «Rivolete anche questa?», la maglia della sera di Madrid è nata a Riccione, dopo Siena: opera di Aldo Drudi, che fa i caschi a Vale Rossi. L’idea mi venne quando chiesero indietro lo scudetto 2006, serviva solo l’occasione migliore possibile».

BIGLIETTI PER LA FINALE«Prima del ritorno con il Barcellona, Mourinho serissimo: “Se andiamo in finale, 100 biglietti a testa per ogni giocatore. A pagamento, ovvio”. Cento: chi aveva la gestione della disponibilità era bianco in faccia. Alla fine furono 70: io ne comprai solo 10, me ne sarebbero serviti 500».

PROSCIUTTO IN CAMERA – «Venerdì 21, la sera prima della finale di Madrid, un amico porta a Deki Stankovic in hotel tre confezioni di patanegra superlusso. Ci guardiamo: “No, dai: domani si gioca”. Un’ora dopo le avevamo finite: il miglior anti-stress da vigilia».

INTERVALLO DI MADRID, LA BATTUTA – «Il paradosso di Mou: “Ragazzi, occhio: se giochiamo così bene facciamo quello che spera il Bayern, infilarci in contropiede. Un po’ peggio, dai…”».

MOU NON ANDARTENE – «Da venti giorni imploravo Mourinho di non andarsene e gli ho sussurrato: “Ti rendi conto in che mani ci lasci?”. Si parlava già di Benitez, ma l’avrei detto anche se fosse arrivato un altro».

SENZA GOL PER LA PRIMA VOLTA – «La mia prima stagione senza gol. Me lo fecero notare e risposi: “A sapere che serviva a vincere tutto, ne avrei segnati molti di meno gli anni prima”».

DALLA CURVA COI TROFEI – «A Roma, a Siena, a Madrid, sempre dalla Curva con le coppe: ero un tifoso dell’Inter come loro, avevo solo la fortuna di essere un tifoso dentro il campo».

QUELLA DANZA COI SACCHETTI – «Il balletto con i sacchetti di plastica nacque l’anno dopo il Triplete, a Palermo: in ritiro gli feci vedere L’allenatore nel pallone e Samu non dormì tutta la notte per le risate. “Ora lo faccio anch’io”, disse. Ma cosa c’era in realtà dentro quei sacchetti lo sappiamo io e lui…».

Fonte: Andrea Elefante – La Gazzetta dello Sport


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