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Marotta: “Settore giovanile essenza di un club. La vittoria frutto dei dettagli”

Giuseppe Marotta, amministratore delegato dell’Inter con delega all’area sportiva, ha parlato a margine di un evento organizzato dal CSI (Centro Sportivo Italiano) a Milano. Queste le sue dichiarazioni, raccolte dall’invitato di inter-news.it Francesco Sessa. 

EMOZIONEGiuseppe Marotta è ospite di un evento organizzato dal CSI a Milano. Il dirigente dell’Inter ha raccontato la sua storia e i suoi primi passi nel mondo dello sport. Per “inter-news.it” ha raccolto le sue parole il nostro inviato, Francesco Sessa: «Sono in un’età della mia vita in cui, dopo aver seminato, sto raccogliendo tanto – sottolinea Marotta – . Questo premio del CSI mi rende più fiero. Mi riporta indietro nel tempo e negli anni dell’infanzia, alla fine degli Anni ’60. Mi spinge a parlare di qualcosa che mi ha svezzato e plasmato. Sono diventato uomo e tutto questo mi ha consentito di arrivare al mio obiettivo. Il miglior modo per coronare il successo è farlo con grande passione. Sono in debito con la vita stessa. Ho fatto diventare professione quello che era un hobby».

LA POLVERE DEI PRIMI PASSI – Sui primi passi nel mondo del calcio, in età infantile: «Ho avuto tantissimi maestri, ho appreso da ognuno dei presidenti tante cose. Quando frequentavo le elementari avevo questa malattia per il gioco del calcio. Andavo allo stadio del Varese che era in Serie A, metà anni ’60, mi ricordo che il magazziniere faceva di tutto per farmi vedere gli allenamenti ma dopo dovevo stare con lui a pulire palloni e scarpe. Chi mi ha aiutato a crescere è stato il presidente Colantuono, che poi ho ritrovato al Varese. Era compagno di università di Aldo Moro. Mi disse di non chiamarlo presidente, ma “avvocato”. Aveva grandissimi valori umani. Da Bersellini ho imparato la cultura del lavoro. Mi ha fatto capire quanto i particolari facciano la differenza. La vittoria spesso è abbinata a questo concetto».

DETTAGLI – Sui veri valori del calcio: «Il settore giovanile è l’essenza di una società. Ha la missione di far crescere i ragazzi e poi forse dei campioni, ma in primis c’è la respionsabilità sociale. Esso rappresenta il cuore della società, oltre a ricevere la fiducia trasmessa dalle famiglie. È un atto di responsabilità. E poi c’è la voglia di confrontarsi. Lo sport è motivo di crescita, non è un duello. In Italia manca cultura sportiva, si legge spesso che gli arbitri vengono aggrediti a livello di settore giovanile. Le caratteristiche del dirigente? Bisogna saper gestire le singole situazioni, anche quando si perde. Lì viene fuori la statura del dirigente, la sua capacità e la sua competenza da leader».

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