Lukaku: “Volevo l’Inter e l’Italia. Razzismo? Risponderò sempre”

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6 Settembre 2019, 13:34
Romelu Lukaku inchiRomelu Lukaku inchino Inter-Lecceno Inter-Lecce Romelu Lukaku inchino Inter-Lecce
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Romelu Lukaku è uno dei grandi protagonisti dell’avvio di stagione dell’Inter. L’attaccante belga, grande colpo del mercato nerazzurro, non sta tradendo le attese con due gol nelle prime due partite, ma è stato anche protagonista dello spiacevole episodio di razzismo nei suoi confronti in occasione dell’ultima partita disputata a Cagliari. L’ex Manchester United ha concesso una lunga intervista alla rivista Rolling Stone in cui ha parlato di calcio, del razzismo, delle sue origini e delle sue passioni

Perché sono così importanti per te le tue radici africane?“Perché sono un fiero congolese… un fiero belga congolese. Sono molto fiero delle mie origini, del posto da cui vengo. A casa con mia mamma parlo la lingua dei miei genitori, il lingala (lingua bantu parlata nella parte Nord-Ovest della Repubblica Democratica del Congo, ndr), e a volte anche con mio figlio. Per me è molto importante tenere vive le mie radici, non dimenticare da dove arrivo”.

C’è una figura nella storia del Congo, e più in generale dell’Africa, che ami particolarmente? – “Se dovessi dire una personalità storica che mi sarebbe piaciuto incontrare è sicuramente Nelson Mandela, per via della sua storia, della lotta all’Apartheid. Per quanto riguarda il mio Paese d’origine, invece, direi Patrice Lumumba (protagonista dell’indipendenza dal Belgio nel 1960 e primo ministro del Paese per pochi mesi, prima di essere ucciso nell’ambito della feroce lotta per il potere che si era aperta in Congo, ndr), che è stato assassinato, e che avrei tanto voluto conoscere. Vorrei sapere tutto su di lui, su quello per cui ha combattuto”.

Cosa volevi dire con quel gesto? (l’inchino ai tifosi dopo il gol contro il Lecce) – “Sin da quando ho firmato per l’Inter, c’era davvero tanta gente eccitata dall’idea del mio arrivo. Mi contattavano, mi mandavano messaggi diretti su Instagram, quando sono arrivato a Milano per la prima volta da Bruxelles c’era un sacco di gente che era lì per me. Da subito mi hanno incoraggiato, hanno gridato il mio nome. Con quel gesto volevo semplicemente ringraziarli per il supporto che mi hanno dato da quando sono qua”.

L’Inter e Milano sono solo una scelta di sport, oppure una scelta di vita? – “Prima di tutto la mia è una decisione che riguarda lo sport. L’Inter era il club per cui volevo giocare in Italia e il coach è stato un elemento importante nella mia scelta, oltre al fatto che sapevo che la squadra aveva degli ottimi giocatori. Ma anche da un punto di vista familiare è stata una buona scelta, perché mio fratello è già qui. Penso che l’Italia sia un bel posto in cui vivere, sono una persona a cui piace scoprire diverse culture: non solo giocare in differenti campionati di calcio, ma apprendere culture differenti. Per questo sono molto felice di essere qua”.

Il claim di questa stagione dell’Inter è Not for Everyone. Anche Romelu Lukaku non è per tutti? – “No, dai, io vado bene per tutti. Però lo slogan secondo me è perfetto per il club, perché i tifosi dell’Inter sono estremamente fedeli, e non è una cosa da tutti. Il tifo per questi colori si tramanda di generazione in generazione: ogni partita lo stadio è pieno, sempre le stesse persone sugli stessi seggiolini. Ed è bellissimo fare parte di tutto ciò, di un club amato in maniera così sincera dalla propria gente”.

Sei preoccupato dal razzismo nel calcio italiano?“Penso che sia stata una grande cosa da parte del club lanciare una campagna come BUU – Brothers Universally United. E se vorranno il mio contributo, glielo darò. Se dovessi sentire cori razzisti, risponderò. Però i miei pensieri oggi sono sul campo da calcio, per aiutare i miei compagni a vincere”.

Pensi che un giocatore debba lasciare il campo in caso di razzismo durante una partita? – “No. Ma penso che debba prendere posizione, quello sì. Perché il razzismo è qualcosa a cui bisogna rispondere. Guarda l’Inghilterra, dove nelle ultime settimane sono successe diverse cose a giocatori del Manchester United e del Chelsea: la questione va affrontata. Il calcio è qualcosa di internazionale, multiculturale. Se vuoi davvero attirare i migliori giocatori del mondo, devi accoglierli a braccia aperte, perché a loro volta gli atleti devono adattarsi alla cultura in cui arrivano. Quindi è fondamentale non discriminare, e apprezzare quello che uno porta con la sua presenza”.

Allora, sappiamo che tu sei un produttore musicale, fai pezzi rap. Ce ne parli? – “Sono un dj, ma per divertimento. Avevo un mio dj set in casa a Manchester, però qua vivo in appartamento, quindi non so con i vicini e tutto il resto se potrò ancora farlo”.

Vuoi dire che la tua carriera musicale è a rischio qui a Milano – “Eh, sì. Però ho un altro piccolo dj set che ora è nell’appartamento di mio fratello. Se i vicini non verranno a bussare alla mia porta, lo porterò da me e continuerò a mixare”.

Ma canti anche? Ti sentiremo rappare? – “No! A me piace fare il dj, mixare i brani. C’è un mio caro amico belga che rappa, si chiama The Color Grey: è stato lui a insegnarmi a produrre basi e mixare. Il rap è una figata, ma a me la cosa che interessa di più è il suono. Per me i beat sono tutto”.

Qual è il primo pezzo di una tua ipotetica playlist? – “Victory Lap di Nipsey Hussle, un rapper che è stato assassinato a Los Angeles lo scorso marzo. Quello era il suo primo album in assoluto, a 33 anni, ed è pieno di significato. Ha fatto moltissimo per la sua comunità di South Central, soprattutto nella quartiere di Crenshaw. Tutti gli abitanti della zona, magari usciti dal carcere, andavano da lui e li aiutava a trovare un posto nella società, un lavoro. Lì ha messo in piedi un negozio di vestiti, un barbiere, un fast food. E lì purtroppo è stato tragicamente assassinato. Ascoltare la sua musica, il modo in cui parla di se stesso e di come è diventato qualcuno, per me è fonte di grande ispirazione. Perché lui ha sconfitto la sorte, ha avuto mille alti e bassi, ma è uno dei pochi rapper che ha realizzato tutto da sé, possedeva persino tutti i master delle sue canzoni. Era un grande imprenditore e ha fatto cose speciali per la sua comunità e la sua gente. Non tante persone possono dire la stessa cosa: riposi in pace”.

E Jay-Z troverebbere posto nel tuo dj set? – “Certamente. Per me lui è tutto, è The Guy. Lui è una super testa, ed è un mio grande amico. Dopo l’esordio con l’Inter ha dichiarato di essere molto felice per me. Spero che lanci presto un nuovo progetto musicale, perché negli ultimi sei o sette mesi tanti rapper hanno fatto uscire nuovi album e ora è arrivato il suo momento. Penso che stia analizzando esattamente come si muove la musica oggi, e poi uscirà di sicuro con qualcosa di potente”-

Tu fai parte di Roc Nation, l’agenzia di Jay-Z che si occupa di curare management e marketing di diversi artisti e sportivi. Quando abbiamo letto che Lukaku e Jay-Z lavoravano assieme, tutti in Italia abbiamo detto “wow, che cosa strana”. Puoi spiegare meglio il vostro rapporto? – “Lui mi aiuta con tutto ciò che non è sport, visto che da quel punto di vista c’è il mio agente Federico Pastorello. Jay-Z si occupa del mio marketing, e di tutto quello che può aiutarmi a diventare un business man. Tra di noi parliamo spesso di vita in generale, mi dà consigli su come posso migliorarmi fuori dal campo. Il suo contributo è grande, e sono contento di fare parte della Roc Nation Family”.

Grazie di tutto Rom e in bocca al lupo. Per chiudere: è più duro il rap game o il campionato di Serie A? – “Il campionato italiano, perché segnare un gol è sempre una battaglia (ride)”.

rollingstone.it – Dario Falcini



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