Godin: “Inter come Atletico? Grazie a Conte simile a Simeone. Il derby…”

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18 Settembre 2019, 12:43
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Intervistato ai microfoni di “DAZN”, Diego Godin, difensore dell’Inter, ha parlato delle somiglianze tra l’Atletico Madrid e la squadra nerazzurra, tra Diego Simeone e Antonio Conte e non solo

INTER SIMILE ALL’ATLETICO – Queste le parole di Diego Godin, difensore dell’Inter, sui punti in comune tra il suo Atletico Madrid e la squadra nerazzurra: «Sì, innanzitutto perché partiamo da una base solida che è l’allenatore. Credo sia fondamentale, credo che quella sia la pietra sulla quale si basa tutto. In quel caso avevamo il Cholo Simeone e ora abbiamo Conte che un grandissimo allenatore con una grande personalità in grado di supportare il peso della squadra, della tifoseria e di canalizzarli nelle cose positive. E poi crede nel lavoro, non è un mistero: nel calcio devi lavorare, essere intenso e credere in quello che fai. Il parallelismo tra quell’Atletico e l’Inter esiste. Qui siamo un gruppo nuovo, nonostante in molti siano qui da tempo. Ne sono arrivati diversi nuovi, però effettivamente vedo la stessa unione, questa energia positiva, questa complicità, questo buon ambiente nello spogliatoio. Credo sia fondamentale e poi l’entusiasmo della gente è una cosa positiva. C’è un entusiasmo naturale per tutto quello che si sta costruendo e noi dobbiamo sfruttarlo questo entusiasmo. Noi da dentro il campo, trasmettendo questa energia positiva alla gente. E che la gente ricambi, nei momenti positivi e in quelli negativi, che ci saranno perché la stagione è lunga e le partite sono tante. E creo che così, stando tutti uniti, si possano ottenere ottimi risultati, perché no?».

SIMEONE COME CONTE?«Sì, si assomigliano. Osservandoli, la prima cosa che noti è l’intensità e la passione con le quali vivono ogni allenamento. Credo sia una componente essenziale, si vede, si trasmette e poi come vivono le partite. Se tu vedi il Cholo vive la partita dalla panchina e vedi Conte… Vivono la partita, la sentono, ogni istante e negli allenamenti è la stessa cosa. E poi il fatto che trasmettano e credano moltissimo nelle loro idee di lavoro, la voglia di avanzare il gioco per cercare di vincere. E poi ovviamente la mentalità vincente: una mentalità da allenatore che sicuramente è innata. Che li ha caratterizzati quando erano giocatori e che li caratterizza oggi da allenatori. Questa credo sia una cosa in comune tra i due».

GOL CONTRO IL BARCELLONA DECISIVO PER LA CONQUISTA DELLA LIGA«Sono momenti che uno non riesce a dimenticare. Lo dico sempre: io ricordo quasi ogni istante, la palla che sale, che mi arriva incontro, il movimento che faccio, quando la colpisco. E nel momento in cui vedi la palla che entra in porta… Sono istanti che non si possono descrivere a parole. Ti riempi di allegria, sei colmo. E poi è felicità totale, anche rabbia, allegria, il liberare una tensione che ci portavamo dietro, perché in un solo gol ci sono 10 mesi di lavoro, 10 mesi di sacrificio per giocarsi una Liga “partita dopo partita” per citare la famosa frase del Cholo».

MILAN-INTER«È un derby, un classico. Gare così si vivono sempre in modo speciale. So cosa significa un Clasico per il tifoso, per la gente. E dunque, di conseguenza, uno deve prepararlo, viverlo e capirlo come lo vive la gente. Poi puoi vincere o perdere, ma la gente vuole sentirsi orgogliosa dei suoi giocatori in campo. E poi la pressione: la verità è che gestisco certe situazioni in maniera diversa per l’esperienza, per averle già vissute. Ma l’ansia, la voglia, la tensione nello stomaco tante volte prima di una incontro così importante continuo a sentirle, continuo ad avere lo stesso entusiasmo e la stessa voglia di far bene, altrimenti non sarei qui».

LA SCONFITTA«Ognuno personalmente la assimila in modo diverso. Ovviamente perdere una finale di Champions non è come perdere una gara di campionato. Perdere una finale di Champions ti dà una sensazione di vuoto totale. Una sensazione che ti fa affermare: “Siamo arrivati fin qui e non siamo riusciti a vincere”. Perché tu arrivi in finale per vincere, non per partecipare e io ho sentito queste sensazioni dopo le due finali perse, soprattutto la seconda. La prima è stata diversa: avevamo vinto la Liga, ci rimase una sensazione amara, dolorosa ovvio, ma ci riprendemmo molto più rapidamente. La seconda, invece, fu più dura proprio perché era la seconda e pensavamo: “Stavolta la coppa è nostra”. Però poi siamo tornati in vetta, a competere e a vincere. E è questione di mentalità, di lavoro e di avere un allenatore con mentalità positiva, di avere un gruppo nello spogliatoio positivo, che voglia lottare e vincere. E avere l’appoggio dei tifosi, è fondamentale. Se la tua gente che è il motore del club, non ti sostiene, non ti appoggia, non ti spinge, non ti stimola, non pretende, perché deve pretendere da te, è molto complicato ottenere cose importanti in Europa però penso che l’Inter abbia tutto questo».

INIZI CARRIERA«Ho cominciato a giocare a 5 anni nella mia città. Poi a 15 anni sono andato in una squadra professionistica di Montevideo, in una squadra che mi fece fare un provino. Iniziai da attaccante e centrocampista offensivo. Giocavo poco, in due anni pochissimo, mi mancava la mia famiglia, la mia città. Io vengo da un posto fuori la Capitale e volevo smettere, lasciare il calcio. Quindi mi svincolarono e provai in un’altra squadra, dove rimasi. Iniziai a giocare e feci un click di mente. E poi chiaramente mi ha aiutato il cambio di ruolo in campo. In una gara buttarono fuori il nostro mediano, mi spostai mediano e giocai bene. La gara successiva giocai titolare, da mediano. Poi in una partita espellono un mio compagno che era difensore centrale, gioco quasi un tempo da difensore centrale molto bene. E poi non avevamo altri difensori centrali, l’organico era corto. E allora l’allenatore mi disse di continuare lì, che ero portato, veloce, capivo in anticipo le situazioni, che conducevo bene la palla ma io non ero del tutto convinto, però guardai il lato positivo della situazione. L’allenatore della prima squadra cominciò a visionarmi, a seguirmi e 4 mesi dopo mi allenavo con i grandi».



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