Eto’o: “Morirò tifoso dell’Inter. Triplete? Vittoria per tre popoli”

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17 Maggio 2020, 08:42
Eto'o Chelsea Inter
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Samuel Eto’o racconta i momenti chiave del Triplete con l’Inter. Nella prima parte dell’intervista alla “Gazzetta dello Sport”, l’ex Barcellona ripercorre il prologo a quella magica annata (potete trovarla QUI). 

EROI – La vera forza dell’Inter che vinse il Triplete è stata chiara fin da subito: gli uomini, il gruppo e i loro valori. Quella squadra appariva invincibile perché resiliente e trememandamente umana nella sua continua sofferenza. Sofferenza che alla fine si trasformò in trionfo: «Io sentii subito di avere una fortuna – ricorda Samuel Eto’o – ero dove volevo essere. E chi era il vero Eto’o si vide il secondo anno: ancora uno degli attaccanti piu decisivi d’Europa. Quanto alla tattica, feci solo quello che dovevo, quello che meritava un gruppo così. Io terzino? Terzino puro solo a Barcellona, ma quella fu un’emergenza. E comunque ciò che pensai quella sera in realtà fu il mio pensiero di tutto l’anno. Quando fu espulso Thiago Motta, Mourinho chiamò me e Javier Zanetti, ci spiegò come metterci in campo: non avevo neanche il tempo di riflettere su quanto avrei dovuto correre stando sulla fascia, mi dissi solo “Dai tutto e vedremo alla fine”. E alla fine eravamo in finale».

CAMPIONE – C’è un importante spartiacque nella stagione del Triplete: Eto’o, al rientro dalla Coppa d’Africa, deve ritrovare la condizione e Mourinho lo impiega col contagocce: «Non era facile ma accettai, però solo fino a prima della partita contro il Catania. Poi decisi che era abbastanza, glielo dissi, e Mourinho mi stupì anche quella volta: “Ecco, adesso ho il Samuel Eto’o che volevo”. E da li è partito tutto. Rapporto con Diego Milito? Grazie a Dio la gelosia non è un sentimento che mi appartiene. Diego era in un grande momento, vicino alla porta non sbagliava mai, ma in fondo faceva quello che facevo io: io giocavo per la squadra, lui segnava per la squadra».

Eto’o iscrive il suo nome all’albo della storia dell’Inter con la rete di Stamford Bridge, contro il Chelsea, decisiva per il prosieguo del cammino europeo e per il Triplete: «Di quella notte ricorderò per sempre due cose. Il discorso di Mourinho prima della partita: “Nessuna squadra che ho allenato può battermi”. Entrammo in campo con una determinazione diversa: non giocavamo solo per noi, ma anche per l’allenatore. E poi lo stop che feci prima di segnare, la palla scendeva e mi dissi: “Se lo fai bene, poi segni facile”. Ce l’ho ancora qui negli occhi, quel controllo».

SEGNALI – Qualche mese prima, l’Inter era sull’orlo del baratro a Kiev. Un baratro dal quale Eto’o e compagni si sono tirati fuori Dio solo sa come, portando a casa il Triplete qualche mese dopo: «Partita strana, così tanto che nell’intervallo José urlò come poche altre volte: non la stavamo giocando. Il gol di Wesley Snejider fu una liberazione, ma io non mi ero mai sentito già fuori: sapevamo di essere una squadra di campioni, con la mentalità da campioni. Quando ho capito che potevamo vincere la Champions? Ho avuto una sensazione chiarissima quando ho saputo che avremmo giocato contro il Barcellona in semifinale: più importante era la sfida, più ci saremmo caricati per vincerla. Stavamo per scrivere una storia troppo bella, salire l’ultimo gradino prima della finale al Camp Nou era questo, per me: un segno».

ULTIMO ATTO – Celebre il discorso di Eto’o prima della finale di Madrid. Parole che i suoi compagni ricordano ancora con grande ardore: «Non fu lungo, dissi semplicemente: “Una finale non si gioca, si vince. O moriamo in campo e portiamo la coppa a Milano, o moriamo perché a Milano non ci torniamo. Quindi vediamo di tornarci, e di portarci la coppa”. Mourinho mi chiese di parlare? Sì, e non me l’aspettavo per niente: semplicemente incredibile, un’altra dimostrazione del fatto che è un signore».

KILLER – Prima di quella finale a Madrid, Eto’o aveva già segnato sia nel 2006 (a Parigi) che nel 2009 (a Roma). Il gol al Bayern Monaco sembrava già scritto: «Sul secondo gol di Diego Milito ero lì, ma quando segnò alzai le braccia come se lo avessi fatto io: la cosa che doveva essere uguale alle altre due finali era portare a casa la coppa, non fare gol».

VALORI – Una delle immagini iconiche di Madrid (e del Triplete) raffigura Samuel Eto’o, a terra, sfinito dalla fatica e con le spalle avvolte nella bandiera del Camerun: «Avevo vinto per tre popoli: quello dell’Inter, quello del Camerun e quello africano. Possibilità di tornare all’Inter nel 2013? Non so se ci sia mai stata una chance concreta, ma avevo espresso il desiderio di tornare: sarebbe stato molto bello. Se sei interista una volta, morirai interista. Non c’è un motivo e questa cosa non può cambiare: è così e basta».

Fonte: La Gazzetta dello Sport – Andrea Elefante

 


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