Berti: “Gli insulti dei milanisti mi caricavano, un mio gol nel derby…”

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14 Aprile 2020, 14:52
Nicola Berti
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Nicola Berti, nel giorno del suo compleanno, ha concesso una lunga intervista a “La Repubblica”. Nella seconda parte delle dichiarazioni dell’ex centrocampista nerazzurro (QUI la prima parte) altri aneddoti sulla sua lunga carriera e un po’ di attualità sui suoi progetti attuali e su come sta vivendo l’emergenza sanitaria in atto

Senza cellulari e senza social network, eravate più o meno controllati nella vita privata? – «In generale, direi meno. Ma per me valeva un discorso a parte. Avevo la fama di essere bizzarrino e vivace e per questo l’Inter mi faceva pedinare! Pagavano qualcuno per starmi sempre dietro, poi in allenamento mi chiedevano: cosa ci facevi in quel locale l’altra sera? La mia risposta era sempre la stessa: se in campo corro, quel che faccio la sera sono fatti miei».

La Milano degli anni Ottanta era davvero scintillante come viene raccontata? – «Ci divertivamo molto. Io davo feste memorabili. Abitavo in piazza Liberty, a due passi da Duomo. Erano anni pazzeschi».

Fidanzate celebri? – «Non si fanno nomi! Mi hanno associato anche a Uma Thurman. La verità è che veniva con me allo stadio a vedere l’Inter».

Carla Bruni? – «Ma no! Che c’entra? Ci hanno fotografato insieme a una sfilata, tutto lì».

Ha lasciato Milano per Piacenza – «Sono originario di Salsomaggiore, ma è troppo piccola, un borgo in decadenza. La mia città è stata Milano, ma la vita è fatta di fasi, oggi per me sarebbe troppo caotica. A Piacenza ho trovato il mio equilibrio, con mia moglie e i miei due figli. Hanno 14 e 12 anni».

Giocano a calcio? – «Il grande sì, è attaccante alla scuola calcio San Giuseppe, qui in città. Il piccolo ama la boxe e gli riesce anche bene».

Come va la quarantena? – «I ragazzi seguono le lezioni via Skype. E con la Playstation se la passano bene. Io in casa soffro, non ci ero mai stato così a lungo. Esco per fare la spesa, con guanti e mascherina e niente più. Per il resto, lo ammetto, mi annoio».

Potrebbe giocare alla Playstation anche lei – «Con i videogiochi ho iniziato e finito negli anni Ottanta. Mi sognavo le musichette di notte, un incubo».

Come festeggerà oggi il suo compleanno? – «Un mio amico che cucina benissimo mi manderà a casa un bel pranzo. Non vedo l’ora, la vita da recluso mi sta insegnando ad accontentarmi».

La spaventa l’idea di invecchiare? – «Ma va, dai. Si sa che funziona così. Ogni anno ne hai uno in più, non si scappa. Soprattutto in un momento duro come questo, per tutti, festeggiare con la propria famiglia è un lusso».

A proposito di lusso, pensa sia giusto che in un momento come questo i giocatori si taglino gli stipendi? – «Ne prendono così tanti che è giusto, sì. Ma sarebbe bello che i soldi risparmiati andassero almeno in parte in solidarietà e ospedali».

Nel 1986, dopo l’esplosione di Cernobyl, negli allenamenti prendeste qualche cautela? – «Ma no, non mi ricordo di nulla. Avevo 19 anni, giocavo a Firenze, l’incidente ci sembrava lontanissimo come fosse avvenuto su Marte».

Per colpa sua, e dei 7 miliardi di lire pagati da Pellegrini per il suo cartellino, fu rotto il gemellaggio fra tifoserie di Fiorentina e Inter – «Lo so bene. La prima volta che andai a giocare a Firenze con la nuova maglia il pubblico mi distrusse. Mi fischiarono tutta la partita, gli anziani mi tiravano monetine. Quanto mi avevano amato in viola, tanto mi hanno odiato dopo che me ne sono andato».

Come reagì agli insulti? – «Per la prima e unica volta in carriera, li soffrii. Di solito venire insultato mi dava la carica, specie se a farlo erano i milanisti. Ma quella volta no. Erano i miei ex tifosi e i miei ex compagni, tutti contro di me! In campo rispondevo agli insulti, ero una bestia, ma la verità è che mi si sgonfiarono le gambe. Dopo 25 minuti il Trap mi tolse dal campo. Stavamo vincendo, finimmo per perdere».

I suoi compagni raccontano che lei prima delle partite era sempre il più tranquillo – «Certo, stavo da Dio, non vedevo l’ora di giocare. Se entrando in campo sorridi, l’avversario ha già perso. Dopo aver giocato invece era complicato, ero pieno di adrenalina. Soprattutto per le partite serali. Mi dicevano: vai a casa e riposati. Riposati? Ma se nemmeno riuscivo a stare seduto, ero elettrico».

È giusto provare a ripartire con campionato e coppe? – «La salute è una cosa seria e secondo me sarebbe più saggio aspettare settembre. In ogni caso, penso che ci proveranno. Cercheranno di giocare tante partite in pochissimo tempo, a porte chiuse, limitando i contatti delle squadre e degli staff col mondo esterno. Da un certo punto di vista lo capisco. Il calcio, l’urlo liberatorio, il gol mancano a tutti».

Il suo gol più bello? – «Derby 1992-1993. Prendo la palla a Maldini, faccio un tunnel a Costacurta che mi stende. Baresi mi tira la palla addosso, io mi incazzo prendo ammonizione. Ruben Sosa si prepara a calciare la punizione. In area mi marcano in due, io lo dico ad alta voce: “Ora vi faccio gol”. Palla alta, insacco di testa. Pazzesco, godo ancora oggi, anche se Gullit pareggiò dopo quattro minuti».

Poi c’è il famigerato autogol di Rossi – «Esatto. Tiro una botta incredibile, la palla tocca la traversa, prende la nuca del portiere ed entra in porta. Autogol, secondo le stupide regole di allora. Se le deviazioni fossero state considerate come oggi, chissà quanti gol avrebbero fatto i centravanti del passato, Penso a uno come Boninsegna. Ma non ha senso guardare al passato, si guarda sempre avanti».

Nel 2014 lei ha tentato con Collovati e Galante l’avventura di Agon Channel in Albania, ma è finita presto. Che progetti ha per il futuro? – «E’ stata un’esperienza interessante, gli albanesi sono un bel popolo e lo hanno dimostrato aiutandoci con l’invio di medici nei giorni più duri dell’emergenza Coronavirus. Quanto a me, sto bene così. Faccio l’ambasciatore dell’Inter, la squadra che amo, e mi dedico ai miei figli. Quando penso al mio futuro penso a loro».

fonte: Franco Vanni – La Repubblica


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