Veron: “Carattere e rispetto per far rinascere l’Inter! I miei lanci di 70 m…”

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5 Maggio 2020, 18:26
Juan Sebastian Veron
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Veron – ex centrocampista dell’Inter e attuale Presidente dell’Estudiantes – è uno dei due protagonisti della quarta puntata di “Inter Calling”, format di Inter TV dedicato alle Leggende Nerazzurre. L’argentino parla della sua carriera a Milano, durante la quale ha messo la firma su una storica Supercoppa Italiana. Anche se è un altro il trofeo a cui è più legato

PRIMO TROFEO SIMBOLICO – L’esperienza nerazzurra di Juan Sebastian Veron inizia, con un annuncio quasi a sorpresa, nel 2005 e dura per due stagioni altrettanto sorprendenti: «Io sono arrivato con Roberto Mancini, conoscevo l’Inter e la sua storia. Il nostro obiettivo era fare un gruppo vincente. Quello che è successo dopo è stato tutto meritato, frutto di un calcio nobile. Ci sono stati molti allenatori e giocatori intelligenti che hanno permesso di costruire un altro pezzo di storia della società. In quel gruppo c’era molto carattere, molta solidarietà e rispetto. E quando c’è quello, puoi intuire che qualcosa sta nascendo. In ogni carriera ci sono partite che avrebbero potuto cambiare la carriera di un giocatore. Anche per me [come per Ivan Ramiro Cordoba (vedi dichiarazioni), ndr] quella prima Coppa Italia è stato un primo mattone importantissimo per quello che poi è stato».

GENIO E SREGOLATEZZA – Veron ricorda i calciatori di talento con cui ha condiviso lo spogliatoio nerazzurro: «Per me in quel momento c’era molto movimento a centrocampo e giocatori con diverse caratteristiche, che arrivavano al gol e avevano fantasia. Una squadra deve avere un buon portiere, buoni difensori e chi sta davanti deve segnare. E nel nostro centrocampo era così. C’era un po’ di tutto. La storia si scrive sul campo. Io sono felicissimo di aver fatto parte di una grande squadra e società. Il giocatore più divertente? Uno era Christian Vieri, l’altro Kily Gonzalez! Ma per vincere devi avere anche giocatori un po’ “matti”. Nella squadra ci deve essere un po’ di tutto. Poi c’erano Francesco Toldo, Marco Materazzi e gli altri. I miei lanci di 70 metri? Sono caratteristiche innate e che migliorano stando sempre con il pallone, continuando a calciare, allenandosi negli anni per migliorarle. Io non avevo il dribbling di Luis Figo o l’elevazione di Cordoba, ma sapevo colpire bene il pallone con i miei lanci lunghi. Calciare il pallone contro il muro, piano e forte, in diverse maniere serve tantissimo. Quando mio padre mi portava ad allenarmi, lo facevo sempre e ho continuato a farlo negli anni».

Fonte: Inter.it


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