Mourinho: “Ibrahimovic? Vi spiego l’addio. Più felice a Milano che a Madrid”

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22 Maggio 2020, 08:46
Mourinho Barcellona-Inter
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José Mourinho, ex allenatore dell’Inter entrato nella leggenda per la conquista dello storico triplete nel 2010, oggi a dieci anni di distanza racconta, ancora una volta, le gesta di quella squadra entrata definitivamente nella storia. Di seguito parte della lunga intervista rilasciata ai microfoni della “Gazzetta dello Sport” (QUI la prima parte).

ADDIO IBRAJosé Mourinho continua l’intervista parlando dell’addio di Zlatan Ibrahimovic e dell’arrivo di Samuel Eto’o e Wesley Sneijder: «Il giorno dell’amichevole contro il Barcellona lui da super-professionista quale è giocò quarantacinque minuti, ma poi nello spogliatoio disse: “Vado, devo vincere la Champions”. I miei assistenti italiani erano morti: “Senza di lui sarà impossibile vincere” i compagni non volevano perderlo. Ero preoccupato anche io, ma mi uscì così: “Magari tu vai e la vinciamo noi”. Ero stato un po’ pazzo, ma nello spogliatoio cambiò l’atmosfera. Poi dissi a Branca: “Cerchiamo di prendere Samuel Eto’o”. Lui e Diego Milito tatticamente potevano dare una diversità alla squadra. Wesley Sneijder? Era perfetto, chiamavo Moratti tutti i giorni: “Serve Wes, Wes, Wes”. Il derby? Il 4-0 con lui in campo è storia. Partita simbolo della mia Inter: quel Milan era distrutto anche psicologicamente».

“NUOVA” INTER  – Mourinho parla del cambio tattico e della “nuova Inter” nata a Londra contro il Chelsea: «Conoscevo a memoria il Chelsea, dissi agli attaccanti: “il modo migliore per affrontarli è con il 4-2-3-1, ma per giocare dovete fare questo”. Dovevo entrare nella teta di Samuel Eto’o. Mourinho difensivista? La partita iconica del Mourinho difensivo è stata quella del Camp Nou, ma quel Barcellona aveva perso 3-1 a San Siro e noi ci eravamo guadagnati il diritto di andare a giocare da loro come volevamo. E se Pandev non si fosse infortunato nel riscaldamento, avremmo giocato con Goran Pandev, Sneijder, Eto’o e Diego Milito».

A MADRID  – Mourinho conclude parlando della notte di madrid, dal discorso pre-partita affidato ad Javier Zanetti, Samuel Eto’o e Luis Figo all’addio con tanto di abbraccio a Marco Materazzi: «Zanetti era il capitano e simbolo dell’Inter. Chiesi a Eto’o ti spiegare cosa significa vincere la Champions. Luis Figo perché è ottimista, poteva dare l’idea della felicità di giocare quella partita. Perché non ritornai con la squadra a Milano? Perché se fossi tornato, con la squadra intorno e i tifosi che avrebbero cantato “José resta con noi”, forse non sarei più andato via. Io non avevo già firmato con il Real prima della finale: chi ha detto che qualcuno del Real venne nel nostro hotel prima della finale disse una cazzata. al Real non puoi dire no tre volte. Oggi forse potrei stare 4-5-6 anni nello stesso club, ma allora volevo essere il primo ad aver vinto il titolo nazionale in Inghilterra, Italia e Spagna. Era il diritto di fare quello che volevo, non di essere felice: e infatti sono stato più felice a Milano che a Madrid. Abbraccio con Marco Materazzi? Marco era il simbolo della tristezza di tutti noi, e di quello che deve essere un giocatore di squadra. forse è stato Dio a metterlo lì contro quel muro, come ultimo giocatore che ho visto: con lui, abbracciavo tutti i miei giocatori. E dico una cosa: mi fa molto strano che oggi uno come lui non sia all’Inter».

Fonte: Gazzetta dello Sport.


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