Materazzi: “Io fortunato, ma sono uno che non ha mai mollato nulla”

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4 Agosto 2020, 16:46
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Marco Materazzi, ex difensore dell’Inter, ha concesso un’intervista doppia con il difensore della Roma Gianluca Mancini al canale youtube “Cronache di Spogliatoio”

LA SCELTA DEL 23 – Materazzi parla del numero 23, un suo vero e proprio marchio di fabbrica: «L’ho scelto per mia moglie che praticava basket ed era il numero di Jordan e poi ci ho vinto tutto col mio numero, ormai è diventato il mio numero preferito».

LA CRESCITA DI MANCINI – Materazzi parla di come vede il giovane difensore della Roma con cui condivide questa intervista: «Lui ha fatto un percorso netto, a Perugia avevo avuto modo di ammirarlo, a Bergamo è cresciuto tantissimo e ha cambiato metodologia. Ora si è trovato con un allenatore portoghese, ne ho avuto uno prima di lui e so qual è la loro mentalità. L’ho visto quest’estate e mi ha chiesto qualcosa. Lui lo sa e gli ho detto di continuare così perché giocare molto alto non è semplice, gli ho detto di andare avanti per la sua strada. Fece qualche partita fuori che quando stai cominciando non è facile, poi è tornato ad essere il leader della difesa».

L’IMPORTANZA DEI COMPAGNI – Materazzi parla di quanto sia importante avere dei compagni che pensano prima alla squadra che a loro stessi: «E’ la forza di una squadra quella di mettere prima il club e i compagni che sé stessi».

UN ESEMPIO PER I GIOVANI – Materazzi parla di cosa vuol dire diventare un calciatore professionista: «Io penso che sono l’esempio di quello che può essere l’avventura di un bambino che sogna di giocare nei professionisti. Ne partono tantissimi e purtroppo ne arrivano pochi. Tante volte gli infortuni sono la scusa migliore, oggi quando ti fai male alle ginocchia si guarisce. Ci vuole perserveranza. Ognuno di noi ha un allenatore cattivo che nella sua testa non ti vede bene, quello deve aiutarti a crescere e migliorare, ma sai che quando arriva l’occasione giusta sei più forte di tutto. Io ho cominciato a vincere cose pesanti a 34 anni, cose pesanti, scudetto e Coppa Italia quando arrivi all’Inter sono cose che devono essere naturali. Vincere la Champions e il Mondiale devi essere al posto giusto nel momento giusto senza aver mai mollato un centimetro prima, da quando avevi 17 anni».

LA NAZIONALE – Materazzi parla della sua esperienza in Nazionale: «Sono stato fortunato, ho colto l’attimo. Al Mondiale stesso sono entrato che venivo da un europeo e un mondiale dove l’Italia aveva fallito pur essendo la squadra secondo me più forte. Venivamo da quattro anni in cui si era fallito il Mondiale e in Italia quando fallisci il Mondiale torni e ti accolgono coi pomodori. Abbiamo ricominciato e quando sono entrato contro la Repubblica Ceca da un lato non vedevo l’ora. Con Lippi ognuno sapeva il suo ruolo, io sono entrato e mi sono detto che o mi metto il pannolone e vado a casa o faccio la storia. Sono entrato, ho fatto gol, mi sono caricato e da lì è stata tutta discesa. Tutti dicono cosa è successo a Berlino, ho fatto 2 gol e siamo diventati Campioni del Mondo, questo è successo».

LO STIMOLO DEI COMPAGNI – Materazzi parla di cosa significa avere compagni di squadra con mentalità vincente: «Ognuno di noi cerca uno stimolo da regalare al compagno. Io mi ricordo con Eto’o che era uno che mise prima il gruppo del suo personale. L’esempio lampante di quando uno che arriva dal Barcellona e ha fatto il Triplete, potrebbe fare tutti i soldi che voleva, poteva chiedere la luna. Disse di non volere bonus per i gol, ma a vittoria di trofei. Ogni volta che arrivavamo in finale io gli dicevo “guarda che oggi incassiamo”, è la mentalità di uno che vuole vincere, non fare i gol».

ALLENARSI CON MOURINHO – Materazzi spiega cosa significava allenarsi con José Mourinho: «Non ho mai fatto ripetute con Mourinho. Non so se è stata la mia fortuna o sfortuna. Io con José ho smesso, ma sapevo che con lui andavo e facevo partitelle e mi divertivo. Con altri magari non sarebbe successo così, perché magari arrivavi già scazzato perché non avevi giocato. Con lui ogni allenamento era una guerra, un modo per dirgli “ci sono, fammi giocare”. Averlo avuto alla fine è stato bellissimo, peccato non averlo avuto per tutta la carriera».




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