Malagò: “Serie A? Sistema condizionato dai diritti tv. Ora si deve cambiare”

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20 Maggio 2020, 08:52
Giovanni Malagò
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Seconda parte dell’intervista al presidente del CONI, Giovanni Malagò. Nel primo spezzone (che potete trovare QUI), si parla di ripresa della Serie A, dei suoi rischi e dell’idea playoff

LACUNE – Alla Serie A forse servirebbe un piano B. L’espressione è un po’ cacofonica, ma i vertici del nostro calcio hanno giocato a tennis col governo per quel che riguarda le responsabilità di uno stop definitivo. Nonostante questo, manca ancora un accordo nel caso in cui il piano ripartenza dovesse fallire. Errori e carenze che il numero uno del CONI, Giovanni Malagò, non smette di sottolineare: «Un piano B avrebbe richiesto di mettere intorno a un tavolo tutti i soggetti coinvolti: la FIGC, la Lega di  Serie A, il CONI se ci avessero invitato, i calciatori, gli allenatori, gli arbitri, i medici sportivi, magari un rappresentate dell’Uefa, i broadcaster. Tutti in una stanza per trovare soluzioni e accordi in caso fosse impossibile ripartire o fosse necessario fermarsi di nuovo. Classifiche, tagli di stipendi, date, rate di diritti tv. Perché non è stato fatto? Certo è difficile, magari sarebbe servito stare chiusi come in certi vecchi tavoli di concertazione. Ma non saremmo oggi in una situazione dove ogni categoria difende il proprio punto di vista e non ci sono accordi».

GUERRA – C’è poi il grosso problema dei diritti tv. La Lega Serie A minaccia di andare in tribunale contro i broadcaster. Malagò è piuttosto serafico: «Mi limito a dire che se finisci in tribunale si rischiano tempi lunghissimi e che alla fine restino scontenti tutti. Andare in giudizio è un diritto ma rappresenta una sconfitta del sistema. Un sistema condizionato dai diritti tv. L’unica alternativa è avere anche altri ricavi dagli stadi e dal loro utilizzo moderno. Per rifare tutti gli stadi insieme in un Paese ci sono solo tre possibilità: organizzare un Mondiale di calcio e sa va bene se ne riparla nel 2030, organizzare un campionato europeo o le Olimpiadi estive, perché si gioca anche al calcio maschile e femminile. Mi sono battuto per le Olimpiadi a Roma che avrebbero risolto anche questo problema. Sapete come è andata a finire. Ora tutte le società di calcio procedono separatamente e dappertutto è una via crucis tra permessi, autorizzazioni, lacci e laccioli di ogni tipo».

SACRIFICI – Le Olimpiadi sono ancora un punto dolente per Malagò: «Riapre una ferita. È un dato di fatto che avrebbero aiutato. Tutto il dossier teneva conto delle reali esigenze di intervento per evitare sprechi. E soprattutto c’era il Cio a finanziare. Per Milano-Cortina, voglio ricordarlo, il Comitato organizzatore ha 1,5 miliardi di euro a disposizione, un miliardo, lo mette il Cio, il resto arriva da merchandising, sponsor e revenue, non c’è un euro di contributo pubblico. Stipendi dei calciatori? Capisco le esigenze delle società,fossi un presidente di club cercherei anch’io di decurtare parte delle mensilità sospese, ma come affronti questo argomento se fino a metà marzo i giocatori hanno giocato, ad aprile dovevano essere a disposizione, a maggio si allenano e a giugno, luglio e agosto devono giocare? C’era la volontà da parte delle categorie di trovare un accordo, ora ognuno va a alla spicciolata: chi strappa un mese, chi due. Non c’è stata programmazione».

TRASPARENZA – Il modo migliore per trovare un accordo su questo punto è rendere note le perdite effettive dei club di Serie A, come sottolinea il presidente Aic Damiano Tommasi. Malagò è decisamente favorevole: «Non fa un piega. Se avessero chiuso tutte le componenti in quella famosa stanza. Torniamo sempre lì. C’è chi ha una visione di lungo periodo e chi invece punta solo al day by day. Come nella politica: ci sono dei fuoriclasse a gestire la quotidianità ma pochi hanno programmi di respiro e molti problemi che pensi di avere risolto oggiti si ripresentano domani».

SCHIERAMENTI – A proposito di politica, nell’ultimo periodo il discorso Serie A ha oltrepassato le linee del campo e varcato quelle di Palazzo Chigi: «Mi è spiaciuto assistere a tante polemiche – sottolinea Malagò -. Sotto il profilo della forma e della comunicazione qualche errore il mondo del calcio l’ha fatto. Il governo e il ministro hanno tenuto un atteggiamento chiaro e anche rispettoso secondo me. Tifosi contrari alla ripresa? Spesso nelle Curve si sono nascoste frange che non avevano nulla a che fare con lo sport e con il calcio, ma conosco personalmente tanta gente che vive di valori, ideali, attaccamento alla maglia. Non mi sorprende il loro no. E ancora meno quando arriva da città come Bergamo o Brescia, così colpite dal dramma del Coronavirus. la Lombardia ha quattro squadre di A, non va dimenticato…».

CAMBIARE – Il presidente Malagò, se il calcio dovesse riprendere ne sarebbe contento. Ma lo sportivo e tifoso Gianni? «Lo stesso. Ma sicuramente non ho la stessa attesa, enfasi e astinenza dal calcio rispetto a quando d’estate aspettavo la ripresa del campionato. E penso di essere in buona compagnia. Il calcio dovrebbe approfittare di ciò che è accaduto per studiare quelle riforme strutturali indispensabili per avere prospettive diverse rispetto alle attuali. Ci sono problemi sotto gli occhi di tutti che vanno risolti. Now o never more. Ora o mai più. Il resto degli sport? Seguiamo 387 discipline diverse. Ognuna aveva atleti di alto livello: per le Olimpiadi di Tokyo avevamo 209 qualificati e circa 400 qualificabili. Per due mei c’è stato il lockdown ma nessun atleta di nessuno sport si è fatto pizzicare in flagrante, dando il buon esempio. Al contrario di altre categorie, loro sanno rispettare le regole. Ne vado orgoglioso».

Fonte: La Gazzetta dello Sport – Andrea Di Caro


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