Icardi come Mourinho, dal Barça alla scalata Inter. Tra gol e desideri – GdS

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21 novembre 2018, 11:56

Mauro Icardi, capitano dell’Inter, raccontato dal giornalista Paolo Condò nella sua rubrica “I ritratti di Condò” per “La Gazzetta dello Sport” oggi in edicola: dal Barcellona alla sorte nerazzurra in comune con José Mourinho

PREMESSA – “Innamorarsi e disinnamorarsi non succede per colpa o merito di nessuno, scriveva Jorge Amado. Succede e basta. E quindi, rileggendo a posteriori la canea montata all’epoca per il fumettone Icardi-Wanda-Maxi, viene un po’ da arrossire per la grossolana semplicità con la quale furono assegnate le parti in commedia, dagli ex amici poi separati da un abisso d’odio, al ruolo da operetta della Malafemmina. Non varrebbe nemmeno la pena di parlarne se non fosse che questo è stato, per anni, il punto di partenza di ogni discussione su Mauro Icardi: ben venga allora il dibattito sulla sua interpretazione del ruolo di centravanti, almeno si parla di calcio. Gli ultimi cascami del fotoromanzo stanno evaporando con la presenza ormai stabile di Icardi nella Seleccion: in panchina più che da titolare, magari, ma soltanto in base alle valutazioni tecniche del c.t. Scaloni (che ieri notte comunque l’ha mandato in campo dal primo minuto nella seconda amichevole consecutiva contro il Messico). Non ci sono più veti, veri o presunti, persino Maradona sembra essersene fatto una ragione. La lezione di Amado, scontata per qualsiasi altro ambiente, da oggi si applica anche al mondo del calcio”.

ROTTURA COL BARCELLONA – “Esaurita la premessa – che peraltro tornerà con Wanda Nara agente, ennesima incarnazione di una donna larger than life – il primo aspetto interessante della cavalcata di Maurito, quello che in nuce contiene tutto ciò che verrà, è la sua rottura col Barcellona. Nel suo libro, «Sempre avanti», Icardi non fa troppi sconti al suo modo di essere da 17enne; o forse è proprio il tentativo di descriversi già all’epoca sicurissimo di se stesso a sconfinare nell’arroganza. Non è tanto la ragazzata dell’estintore col quale la notte del suo compleanno riempie di schiuma il collegio del Barcellona – la famosa Masia –a destare impressione. A quell’età il diritto alle (innocue) sciocchezze dovrebbe essere garantito per regolamento. No, a colpire negativamente è la reazione piccata alla richiesta, da parte degli allenatori, di limitare le spedizioni di materiale dall’Adidas, che riempie di omaggi il ragazzo-goleador annaffiando evidentemente la mala pianta dell’invidia nello spogliatoio del Barça giovanile. Manca la controprova: non sappiamo se a Leo Messi – certamente oggetto di analoghe attenzioni qualche anno prima – sia stato posto lo stesso problema, e come abbia reagito. In ogni caso, citando testualmente il libro, Icardi ribatte a muso duro «se vi danno fastidio i pacchi che ricevo non so che farci, peggio per voi, non me ne frega nulla». Non un buon modo per relazionarsi ovunque, figuriamoci nel Barcellona. Quando apprende che un osservatore italiano verrà a visionarlo nella gara successiva, Mauro impreca perché l’allenatore lo manda in panchina. Poi succede che nei quindici minuti finali che gli vengono concessi riesca comunque a esprimere le sue grandi dot i d i uomo d’area, e il messaggio che arriva alla Sampdoria è quello di prenderlo a tutti i costi. Ma la panchina non era episodica, lui stesso lo racconta: la predilezione della scuola catalana per i «nanetti» e il loro stile di gioco – fatale persino a una star come Ibrahimovic – lo relegava di frequente tra le riserve. E infatti il Barça, pur alzando qualche barricata d’ufficio, in realtà fa poco per non lasciarselo scippare dalla Serie A. Icardi al Camp Nou c’entrava poco”.

COME MOU – “Quando ho letto questa pagina della sua giovane storia, mi è venuto naturale tornare alla situazione pressoché analoga vissuta nello stesso luogo da José Mourinho. Entrato nello staff tecnico del Barcellona – dopo la parentesi da traduttore – come assistente di Bobby Robson, nel 1997 il portoghese viene confermato nell’incarico anche sotto Louis Van Gaal, che dello stile di gioco olandese-catalano portato da Johan Cruijff è il continuatore. A Van Gaal bastano pochi mesi per capire che, della sua squadra di aiutanti, Mourinho è di gran lunga il migliore. Ma alla dirigenza non nasconde l’altro aspetto di José che ha compreso: «È un giovane di grande capacità, ma non fa parte della nostra scuola. È diverso. Per lui il risultato viene prima di tutto, mantenerlo nel nostro sistema sarebbe pericoloso, potrebbe minarlo dall’interno». Undici anni dopo, appena esonerato dal Chelsea e qualche settimana prima di firmare per l’Inter, Mourinho ha un abboccamento con settori della dirigenza blaugrana per ottenere la panchina del dopo-Rijkaard. È l’intervento diretto di Cruijff, memore delle riserve di Van Gaal, a bloccare l’operazione convincendo il presidente Laporta a promuovere Guardiola dal Barça B. Il resto è storia, compresa ovviamente la stagione perfetta del Triplete interista nella quale Mourinho, in semifinale di Champions, si prese una grande rivincita su chi l’aveva rifiutato in quanto apostata. Se quella tra Mou e il Barça (e Guardiola) è stata la grande guerra di religione che ha segnato un’intera fase storica, la separazione di Icardi dal club catalano – che l’aveva fatto arrivare dalle Canarie – non ha ovviamente la stessa rilevanza. Ma è coerente col disegno generale di una società basata su una filosofia di gioco (e di un’altra disposta a esaltare le caratteristiche dei suoi campioni)”.

SCALATA INTER – “Un incontro svela il suo futuro. Fine marzo 2013, incontro Piero Ausilio all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi: la sera prima avevo seguito Francia-Spagna allo Stade de France, mentre il D.S. interista era stato in provincia a vedere l’Under 21 di Kondogbia, già all’epoca nel mirino nerazzurro. Gli incroci casuali in aeroporto fra giornalisti e dirigenti costituiscono spesso zona franca, utile per scambi di impressioni – a volte di informazioni – senza sentirsi ingessati come accade nei luoghi «ufficiali» (la sede, lo stadio, il centro sportivo). Quel giorno Ausilio ammette ciò che tutti hanno già scritto, e cioè che l’Inter ha acquistato Icardi dalla Samp, aggiunge che Mateo Kovacic, già in rosa e prelevato dalla Dinamo Zagabria, sarà il faro della nuova squadra, e chiude confermando in panchina Andrea Stramaccioni «a meno di disastri finali». Il problema è che in quel momento l’Inter è quinta con 50 punti: nelle ultime nove partite ne raccoglie solo altri 4, precipitando in nona posizione e spingendo Moratti al cambio che porta Walter Mazzarri alla Pinetina. Icardi atterra così su un pianeta che ha una forza di gravità agli antipodi di quella prevista: come Stramaccioni – vincitore con l’Inter Primavera della Youth League – rappresentava la svolta giovane di Moratti, così Mazzarri – che dopo il secondo posto col Napoli sente ormai l’urgenza di vincere – vuole coagulare le forze pronte per inseguire la Juventus. Maurito fra l’altro segna subito un gol del destino, perché alla terza giornata batte Buffon cinque minuti dopo il suo ingresso in campo: è già la quarta rete che segna alla Juve dopo le tre in maglia Samp, ma Mazzarri, complice anche la pubalgia che tiene spesso a riposo l’argentino – come dimenticare le battute pecorecce connesse? – aspetta la giornata numero 26 per dare a Icardi la prima maglia da titolare. È un tango che emargina l’ultimo arrivato: Palacio gioca sempre, le non molte volte in cui Milito sta bene non si discute, spesso viene utilizzato come seconda punta Ricky Alvarez, nelle gerarchie perfino Belfodil sembra precedere Icardi. A onor del vero, una volta entrato dal primo minuto Maurito non esce più dalla formazione titolare, se non all’ultimo e ininfluente turno quando va concessa la passerella d’addio a Diego Milito. L’Inter chiude quinta, lui arriva fino a 9 gol: è l’ultima (e anche unica) volta in cui non raggiunge la doppia cifra in Serie A. Da lì in poi il crescendo è rossiniano, anche perché il suo posto da titolare è sempre più blindato: 22 reti fra Mazzarri e Mancini (Inter ottava), 16 nella stagione del solo Mancio (Inter quarta), 24 nell’incubo che va da De Boer a Pioli e a Vecchi (Inter settima), 29 nella prima stagione di Spalletti (Inter quarta), 7 in questo primo scorcio di campionato (Inter terza). Sono quasi tutti gol da area di rigore, per vedere un capolavoro da fuori dovremo aspettare la sua prima partita di Champions, col ciclonico destro al volo che aggancia il Tottenham spalancando le porte al colpo finale di Vecino. Icardi in area segna in tutte le maniere attaccando la porta con movimenti da manuale: quelli con i quali ha gabbato Musacchio al derby sono diventati materia d’insegnamento nelle accademie calcistiche, ma in realtà ciascuno dei suoi gol contiene un cambio di ritmo, una serie di finte, un rallentamento improvviso o un’accelerazione fulminea. Un’astuzia. Una malizia. Ma può una squadra che conta su un simile cecchino arrivare costantemente nelle retrovie dell’alta classifica, riguadagnando soltanto quest’anno – e con la forza della disperazione – un posto in Champions? I dubbi sull’impatto effettivo di Icardi nascono così, e attengono alle differenze culturali fra grandi scuole calcistiche. Quando il Barcellona riparte la squadra si accorcia, perché i difensori salgono e gli attaccanti arretrano per partecipare al palleggio; quando attacca l’Inter la squadra si allunga, perché l’istinto di Maurito non è venire incontro ma lanciarsi nello spazio verso la porta. Un centravanti vecchia maniera, concentrato esclusivamente sul gol, in un mondo in cui i numeri nove ormai svariano per dialogare e aprire spazi. L’ha definito bene Daniele Adani, «un attaccante atipico perché fa le cose che erano tipiche un tempo». «Il centravanti ideale, ho grandissima stima per lui» chiosa spesso Fabio Capello. Torna in mente un insegnamento di Cesare Maldini: «Il calcio è un pendolo, ciò che è moderno oggi diventerà arcaico domani e, con le dovute rielaborazioni, tornerà modernissimo dopodomani». Al centro del dibattito, Icardi continua a segnare gol decisivi con la naturale cattiveria del cacciatore di taglie. Se è vero che l’Inter ha scommesso forte su di lui, è altrettanto vero che lui ha scommesso ancora più forte sull’Inter: segnare più di 20 gol a stagione in una squadra che quando va bene arriva in Europa League è un invito a farsi avanti ad altri grandi club europei. Wanda è stata certamente abile a monetizzare questa possibilità, ma il linguaggio del corpo, delle foto postate sui social, delle mezze frasi che si possono dire o non dire, ha sempre portato alla conclusione che Icardi non desideri altro che l’Inter. E questo è sempre il miglior campo base dal quale attaccare la cima”.

Fonte: La Gazzetta dello Sport – Paolo Condò

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