I retroscena del Triplete, ecco l’Inter dal 10 al 15 maggio 2010 – GdS

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17 Maggio 2020, 10:14
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La “Gazzetta dello Sport” mette insieme aneddoti del periodo tra il 10 e il 15 maggio 2010, quando l’Inter vinse lo scudetto a Siena.

RABBIA DA MARADONA – Contro tutto e contro tutti, disse per dieci mesi José Mourinho. Per battezzare il Triplete alla sua Inter mancava di giocare, e vincere, contro Siena e Real Madrid. Ma anche contro tutto: pure la nuvola del vulcano Eyjafjallajokull, o Gudjohnsen come lo chiamò lo Special, «perché quel nome è troppo difficile: tanto sono entrambi islandesi». E contro tutti: perfino Maradona, allora c.t. dell’Argentina. L’impenetrabile Diego entrò a gamba tesa il mercoledì, sulla quiete della settimana che doveva accompagnare l’Inter verso lo scudetto: Zanetti e Cambiasso fuori dal listone dei 30 per il Mondiale in Sudafrica. «Non devo spiegazioni a nessuno», disse. Stampa argentina in subbuglio, come lo stomaco di Pupi e del Cuchu: lo scudetto è lo scudetto, la Champions è la Champions, ma un Mondiale è un Mondiale. E però l’amarezza di ora in ora si smaterializzò, riciclandosi in rabbia: le energie di cui l’Argentina poteva fare a meno, erano indispensabili per l’Inter. E lo strappo con cui Zanetti, la domenica, decise di squarciare la partita di Siena, recapitando a Milito il pallone dello scudetto, fu un messaggio anche per Maradona: sei un dio, ma forse stavolta hai sbagliato.

MOU E LE MAGLIETTE – Mourinho era tranquillo: sapeva che nulla poteva davvero distrarre quei due. Così tranquillo che il giovedì mattina, alle nove, era già fuori dalla Pinetina, a far quasi svenire il padrone di una delle bancarelle che vendevano gadget. Non mandò nessuno, si presentò lui in persona: «Vorrei otto magliette nere, quelle “Vamos a Madrid, Mourinho il migliore”. E se rifate “Game over, e come l’anno scorso zero tituli!”, tenetemene da parte un po’». Erano le maglie con la foto del suo gesto delle manette, tanto per tenere la memoria fresca: «Devo regalarle a un po’ di amici…».

IL SALUTO DI MORATTI – Rilassatissimo, ma solo fino all’indomani: venerdì 14, forse il giorno più lungo dei diciotto che accompagnarono l’Inter a fare la storia. Per i tifosi era iniziato con un bivacco di tende, sacchi a pelo, materassi, sedie, sdraio, televisori e mezzi di sostentamento assortiti per passare la notte in via Massaua, dove la mattina dopo alle 11 sarebbero stati messi in vendita 5.000 biglietti per la finale di Madrid. Per Massimo Moratti la giornata si era conclusa proprio lì, di fronte alla sede della BPM, bevendo una birra con quegli «eroi», che aveva deciso di andare a salutare.

PROBLEMA COI VOLI – Per Andrea Butti, allora team manager interista, invece quel giorno iniziò e finì allo stesso modo: l’orecchio attaccato al telefono. Un telefono fra due fuochi: quello di Mourinho e quello di Moratti. I venti avevano «risvegliato» la nube vulcanica che da un po’ tormentava l’Europa e paralizzato il traffico aereo fra Spagna e Francia. Dunque il programma di viaggio per Madrid (già studiato da marzo, dopo la vittoria di Londra) era da rifare. «Partiamo la mattina stessa della finale», la proposta-provocazione di Mourinho. «No, partiamo la domenica dopo la partita di Siena», l’idea prudentissima di Moratti. Un incrocio bollente di conversazioni, anche con Rummennigge in Germania visto che le due squadre dovevano arrivare a Madrid lo stesso giorno, partorì il compromesso: l’Inter sarebbe decollata il mercoledì sera, il Bayern (impegnato con un evento a Monaco) il giovedì mattina. A Mourinho non restava che spazzare le poche nubi rimaste sul cielo dello scudetto, quello di Siena.


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