Gli errori storici dei club di Serie A: stadi, capitali, stipendi e non solo – CdS

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7 Aprile 2020, 09:01
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Focus del “Corriere dello Sport” sulle finanze claudicanti dei club di Serie A. Stadi, capitali, costo del lavoro e ricavi da sponsor le note dolenti. Il coronavirus ha scoperchiato il vaso di Pandora per l’ennesima volta. Ma questo difficilmente correggerà un sistema malsano

MACIGNI – Il calcio di Serie A paga, in questa fase, gli errori epocali di una classe dirigente, che ha sempre preferito spendere allegramente piuttosto che reinvestire o risparmiare. E’ sufficiente prendere in esame la “ripartizione dei costi e ricavi” della Serie A, tra il 2013-14 e il 2017-18 (illustrato all’interno del “Report Calcio” di Federcalcio Arel). Il costo del lavoro, ad esempio, non è mai sceso sotto la soglia del 49% (come nel ’13-’14), raggiungendo il picco del 53% nel ’15-’16, e attestandosi su una media del 50% nell’ultima stagione (’17-’18) oggetto del monitoraggio. Più della metà dei ricavi vengono assorbiti da questo indicatore, senza considerare gli “ammortamenti e le svalutazioni” (compresi tra il 20% e il 24%), si raggiunge così un livello di pressione non inferiore al 74% (dato stagione 2017-18).

SALARI – Attualmente il rapporto “costo del lavoro per tesserato/ricavi club” è ormai vicino al 55%. Nel campionato in corso si stima un monte-ingaggi (lordo) pari a 1,33 miliardi di euro. Una cifra troppo elevata per una Serie A, che supera di poco i 3 miliardi di giro d’affari. L’attenzione degli analisti si sta focalizzando sul livello dei salari dei primi sei club (per blasone e bacini di utenza). La Juventus, quest’anno, prima dell’accordo sul taglio degli stipendi, avrebbe pagato 274 milioni di euro. La Roma 180 milioni; l’Inter 132 milioni; il Napoli 110 milioni; il Milan 102,2 milioni, mentre la Lazio, spenderà 80 milioni di euro (circa 1/3 dell’intero monte ingaggi bianconero).

MOSCHE BIANCHE – La decisione della Lega Serie A, contestata dall’AIC (vedi articolo), è il risultato di un’errata visione globale da parte della stragrande maggioranza dei presidenti. Negli ultimi 10 anni sono stati inaugurati o ristrutturati integralmente appena 4 impianti (l’Allianz stadium di Torino, il “Benito Stirpe“di Frosinone, la Dacia Arena di Udine e il Mapei stadium di Reggio Emilia). Atalanta e Cagliari sono al lavoro per seguire questi modelli vincenti, ma la capacità progettuale del sistema calcio è bassissima.

RICAVI – Le società si sono appiattite sui diritti audiovisivi. Pesano mediamente per il 40%, mentre i ricavi da stadio non superano la percentuale del 10%. Se si considera il periodo 2013-14/2017-18 si è passati appena dall’8% al 10%. Praticamente, solo considerando questa finestra temporale, si sono persi cinque anni e anche l’inaugurazione dello Juventus stadium (8 settembre 2011) non è stato quell’acceleratore di sistema che tutti si aspettavano.

RADICI MALSANE – La ragione di questo errore è legata a diversi fattori. I presidenti, ad esempio, non investono direttamente sui progetti societari. Per tutti il modello di riferimento è l’autogestione finanziaria. Ovvero spendo solo quanto incasso. Si lavora con le entrate tipiche del calcio (chiedendo alle banche anticipi sui contratti di Sky e Dazn). Non si immette denaro fresco, non ci si apre a nuovi investitori, non si coinvolgono direttamente gli sponsor. Ma soprattutto, non si investe in progetti di impiantistica sportiva che farebbero volare i ricavi (non meno del 20-30% nei primi anni di attività). Logico quindi chiedere ai calciatori, principale “voce di costo”, un sacrificio, o al betting di “cedere” l’1% della raccolta del mercato italiano (circa 200 milioni di euro). Tutte misure stringenti per provare a resistere al Covid-19, ma si tratta al solito di soluzioni tampone.

Fonte: Corriere dello Sport – Marcel Vulpis


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