Boninsegna: «Amore e odio per l’Inter, non so chi mi mandò alla Juventus»

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12 Febbraio 2021, 21:26
Roberto Boninsegna Roberto Boninsegna
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Boninsegna – ex attaccante dell’Inter -, ospite del podcast “INTER-Viste” su Radio Nerazzurra, racconta il suo rapporto di odio e amore con i colori nerazzurri. La fede interista fin da bambino è stata tradita e deviata improvvisamente verso la Juventus, una vicenda che la stessa bandiera nerazzurra non riesce a spiegarsi ancora oggi. A fine articolo è accessibile il contenuto audio dell’intervista a Boninsegna

INTERISTA DA SEMPRE – Il sogno nerazzurro di Roberto Boninsegna inizia da lontano: «Io giocavo in una squadra di parrocchia che si chiamava Sant’Egidio. Sotto la maglia della squadra, io, da mia madre, all’epoca avevo circa dieci anni, mi facevo fare la maglia nerazzurra dell’Inter. Non lo so perché, io sono nato interista. In famiglia mia mamma era tifosissima del Mantova, andava a vedere la partita con mio padre. Io andavo e non andavo. Alle volte mi facevano fare anche il raccattapalle. Però, ascoltando anche la radio, mi sono subito piaciuti i colori nerazzurri. Quando feci il provino per l’Inter, all’età di 13-14 anni, da Mantova, partivo il giovedì, facevo allenamento e tornavo a casa. E poi andavo alla domenica. Però la domenica, quando giocava l’Inter in casa, mi fermavo ad andare a vedere l’Inter. Perché ce n’erano tre, non uno, che mi facevano impazzire: Benito Lorenzi, Lennart Skoglund e Istvan Nyers. L’Inter non ha creduto in me e mi ha dato in prestito a Prato in Serie B. Poi mi mandano a Potenza, sempre in B. E successivamente ai due anni di B, speravo di potermi ritagliare uno spazio. A dire la verità, prima di andare a Potenza, dissi a Lodi: “Guardi, dottore. Quest’anno se ho un interesse, mi può mandare vicino Mantova”. Mi disse di non preoccuparmi, ma alla fine mi mandò a Potenza. Si vede che non sapeva la geografia, Lodi, anche perché Mantova è in Lombardia e Potenza è in Basilicata. Però è stato un anno felice, perché siamo arrivati quarti e abbiamo sfiorato la Serie A. L’anno successivo mi danno in prestito al Varese e, lì, faccio il mio debutto in Serie A. E lì, dopo, speravo anche di rimanere. E invece mi danno al Cagliari e mi faccio tre anni in Sardegna. Sono arrivato a Cagliari che si erano appena salvati. Poi, nei tre anni successivi, ci classifichiamo noni, sesti e secondi. Alla fine del terzo anno in cui arrivammo secondi, Manlio Scopigno mi fa: “Guardi, Boninsegna. Si è arrivati secondi perché eravamo in quindici. Uno dei due, te o Gigi Riva, siete sul mercato. Però lui non vuole andar via”. Infatti, Riva è ancora là. A quel punto io gli dissi che proprio in quell’anno mi ero sposato con mia moglie, con la quale sono tuttora sposato. Gli dissi che mi sarei mosso solo se fossi tornato all’Inter. E loro mi hanno accontentato. Infatti, al Cagliari andarono Angelo Domenghini, Sergio Gori, Cesare Poli e soldi. “Domingo”, in realtà, non me l’ha mai perdonata. Infatti, quando ci trovammo a Messico ’70, me lo rinfacciò. Perché lui non voleva andare a Cagliari e voleva rimanere all’Inter. Anche se poi, grazie anche a quei tre giocatori lì, il Cagliari vinse lo Scudetto, mentre io arrivai secondo con l’Inter. A quel punto mi chiesi se dovessi arrivare sempre io secondo. Ma invece, l’anno successivo, faccio 24 gol e vinco la classifica dei capocannonieri. La prima delle tre».

ODI ET AMO – La svolta nerazzurra di Boninsegna arriva con il tricolore: «Secondo noi Heriberto Herrera non era un allenatore, ma era un preparatore atletico. Perché era molto preparato sul farci fare allenamento. E ad un certo momento perdiamo a Napoli e, sulla via per il ritorno, viene fatta una riunione. Erano presenti quelli della Grande Inter, io non ne facevo parte. C’erano Sandro Mazzola, Mario Corso, Giacinto Facchetti e Tarcisio Burgnich. Si sono messi a fare questa tabella e, a quel punto lì, avevano deciso di cambiare guida tecnica. Anche io ero dell’avviso di far fuori Herrera, proprio perché non capivamo quello che voleva. Era rigido, ci faceva fare degli schemi, ci toglieva l’inventiva. Le cose non andavano bene. Con la sconfitta a Napoli la società lo fa fuori e da lì non c’erano più scuse. Fatto fuori l’allenatore, adesso toccava a noi. Da lì è iniziata una rimonta incredibile con il sorpasso che avvenne nel derby di ritorno. Il gol vittoria contro il Foggia? Sì, è stato un gol bellissimo. Spettacolare. Ci vuole anche un po’ di incoscienza a tentare una rovesciata così. Ma quando sai che le cose ti vanno bene, hai il coraggio di tentarle. Con questo cross bellissimo di Facchetti. Ero partito per colpirla di testa, però mi son detto proviamo ‘sta rovesciata. Ed è venuto fuori che San Siro è esploso. Fin da quando giocavo nella Sant’Egidio esisteva solo l’Inter. Come sotto maglia, e ho anche le foto che lo possono testimoniare, ho la maglia dell’Inter. L’ho sempre amata fin da giovane e mi ha sempre fatto soffrire anche dopo, quando ho smesso. Mi avevano promesso certe cose che poi non si sono avverate così. Insomma è quasi sempre stato un amore-odio sotto certi aspetti, venendo anche trattato male».

TRADIMENTO BIANCONERO – Boninsegna non ha mai digerito la cessione alla Juventus: «Ero al mare con mia moglie e stavo parlando con un certo De Chirico, perché eravamo nello stesso albergo e mi dice: “C’è il suo presidente al telefono.” Al telefono Ivanoe Fraizzoli tentennò molto, perché non aveva il coraggio di dirmi che la società aveva deciso di cedermi alla Juventus. Lì di primo acchito mi misi a ridere e gli dissi: “Come barzelletta non è male, me ne racconti un’altra perché alla Juventus, al massimo, ci va lei”. Lui mi rispose: “No, Bobo. Purtroppo è una cosa seria. Abbiamo fatto il Consiglio”. Cercai di controbattere chiedendogli se fosse lui quello che comandava, ma mi invitò a raggiungerlo a Milano per parlarne meglio. Mia moglie, vedendomi tornare bianco in faccia, mi chiese cosa fosse successo. Le dissi che Fraizzoli mi aveva venduto alla Juventus e anche lei riuscì a stento a crederci. Tornato a Milano, mi costrinsero ad andarci anche perché, a quei tempi, c’era il vincolo. Mi son sentito dire: “O vai alla Juventus o smetti”. Io ci rimasi male perché avevo trascorso sette anni, avevo realizzato circa 175 gol con l’Inter. Ho vinto tre volte la classifica di miglior marcatore, anche se una me l’hanno rubata, quella del ‘74. Un moviolista della Rai disse che il mio ultimo gol con il Cesena aveva toccato la barriera. Anche se poi sono andato a rivederlo e non era vero. Più che altro il dispiacere nasce dal fatto che, uno che fa più di 170 gol, si crede una bandiera inamovibile. Un anno andai a vedere a San Siro Inter-Cagliari, il giorno prima che Italo Allodi morisse. Andai a salutarlo e gli dissi: “Ha visto che non era colpa mia?!”. Anche perché Pietro Anastasi fece solo un anno all’Inter e venne girato poi all’Ascoli. Lui mi rispose: “Guardi, Bobo. Non me ne parli”. “E allora chi è stato? Di chi è la colpa?”. Una sua amica che era a suo fianco mi disse di sapere chi fosse il responsabile, ma lui la minacciò e quindi non riuscii mai a sapere il perché del mio trasferimento».




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