Berti: “Inter mai in B grazie a me! All’inizio scambiato per Serena”

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30 Marzo 2020, 15:58
Nicola Berti
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Berti ha pubblicato una lunga lettera sul sito ufficiale dell’Inter. L’ex centrocampista, in nerazzurro dal 1988 al 1998, ha ripercorso i suoi dieci anni da interista, che lo hanno legato in maniera indissolubile alla società non solo per quanto fatto nei derby.

IL RITORNO – “Era il novantesimo, la partita era vinta. Ma c’era un pallone a mezz’aria. Io sono Nicola Berti, non potevo lasciarlo andare. Non potevo evitare di andare a contenderlo. Non potevo tirarmi indietro, mai. Dovevo buttarmi. Stac. Ne avevo sentite tante, di boiate. Quelli che si lamentavano dopo gli infortuni, quelli che dicevano: «Chissà quando tornerò in campo». Io mi sono rotto il legamento e ho detto: bene, questa è una cosa che voglio affrontare. L’ho preso di petto. Mi sono messo su un aereo, sono volato negli Stati Uniti, a Vail, in Colorado. Il dottor Steadman mi ha accolto nella sua clinica costruita direttamente sulle piste da sci. Non ho avuto nemmeno il tempo di pensare, dopo quattro mesi e mezzo già correvo. Io l’infortunio me lo sono mangiato”.

RISCHIO SERIE B – “Avevo lasciato l’Inter l’8 settembre 1993 da prima in classifica, l’ho ritrovata – mai successo prima – in lotta per la salvezza. Chiedete ancora adesso a Gianpiero Marini, cosa ne pensa, del mio ritorno. Sì, sono stato decisivo. Rientro con il Lecce, aprile, sempre l’8, e segno il 4-1, in tuffo, di testa: l’Inter non vinceva da una vita. Avevo le gambe un po’ imballate e infatti salto l’andata della semifinale di Coppa UEFA contro il Cagliari: perdiamo 3-2. Al ritorno gioco, a San Siro. Domino: procuro il rigore del vantaggio, segno il 2-0, vinciamo 3-0 e voliamo in finale. Tutto nonostante la marcatura a uomo, asfissiante, di Marco Sanna. Berti era tornato. Sì, ero tornato e con me era tornata l’Inter. Fa specie dirlo, ma ci siamo salvati (anche grazie a un altro mio gol, contro la Roma). Pensate la genialità: Mai stati in B, grazie a Nicola Berti!”

LA COPPA – “Non era mica finito il mio lavoro. A Vienna, finale di Coppa UEFA, Rubén Sosa batte veloce. Indossavo il 9, quel giorno. Controllo un po’ goffo, girata perfetta. 0-1 e tutti a casa, in attesa dell’apoteosi a San Siro qualche giorno dopo. Sono partito da qui, ma potevo partire da Salsomaggiore, da Combisalso, l’oratorio che mi ha permesso di incanalare le mie energie in un campo definito, anziché affannarmi dietro a palloni persi per strada. Ero già forte. E avevo già il ciuffo, certo. Solo due persone potevano permetterselo: Elvis Presley e Nicola Berti. Correvo, ciuffo al vento, ah se correvo. Nelle corse campestri ero sempre ai primi posti. Avevo una predisposizione naturale, ero resistente. Andavo”.

I MONDIALI – “Qualche giorno fa ho riletto le pagelle che il grandissimo Gianni Mura diede all’Inter dei record: ‘Berti deve imparare a disciplinarsi, ma quando decide di avanzare è immarcabile, uno spettacolo, con la sua corsa da etiope brutta ma efficace’. Non so se la mia corsa fosse brutta, di sicuro era tremendamente efficace. Mi sentivo un po’ una gazzella, ero a mio agio anche nel caldo torrido di USA ’94. Lì, dove tanti a fine primo tempo chiedevano il cambio, lì dove era impossibile giocare per l’umidità altissima, io pensavo a divertirmi, a godermi il momento e correre”.

L’INIZIO – “Che poi, per come mi muovevo in campo, una volta mi hanno scambiato persino per Aldo Serena. Non una volta qualsiasi, la prima volta. Inter-Monopoli, Coppa Italia, agosto 1988. Il mio debutto in nerazzurro, a Varese. Non lo scenario più usuale per un esordio. Arrivavo da un’estate strana: a Firenze ero l’idolo dei tifosi, tutti mi volevano comprare, Ernesto Pellegrini pagò sette miliardi per il mio cartellino. Ero già nel giro della nazionale ma una pallonata mi consentì di scoprire una malformazione al rene. Operazione, niente Europei. Ricordo la visita in ospedale di Azeglio Vicini. Insomma, il mio debutto in quel di Varese è stato memorabile non per la mia prestazione, ma per la mia presentazione. Non indossavo i parastinchi, non erano obbligatori. Il fatto è che all’Inter non li indossava nemmeno Serena, il quale, come me, portava i calzettoni abbassati e arrotolati. Io però lo facevo per un motivo preciso: volevo dimostrare di essere coraggioso, volevo sfidare tutti. Mi trascinavo per il campo nella partita con il Monopoli e dagli spalti molti gridavano: «Serena, devi correre!» Peccato che quello alto, magro, calzettoni abbassati, che non correva… beh sì, ero io”.

Fonte: Inter.it


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