Beccalossi: «L’Inter si ama nel bene e nel male! Siamo diversi dagli altri»

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21 Gennaio 2021, 13:19
Evaristo Beccalossi Evaristo Beccalossi
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Beccalossi – ex centrocampista dell’Inter -, protagonista del podcast “INTER-viste” realizzato da Radio Nerazzurra, racconta la sua esperienza nerazzurra e tanti aneddoti del passato milanese, che è diventato ed è ancora presente. Alla fine, un messaggio per tutti i tifosi interisti. Di seguito l’intervista, completata con il formato audio

DA BRESCIA A MILANO – Il primo ricordo di Evaristo Beccalossi legato all’Inter non può che essere il suo arrivo: «Ero partito da Brescia e arrivavo in una grande città indossando una maglia molto importante perché sapevo che mi avrebbero dato il numero 10. Ed è stato bello e gratificante perché avevo davanti il palcoscenico di San Siro, la maglia dell’Inter indossata da tantissimi campioni e quindi ero felice. Nello stesso tempo mi domandavo se avessi avuto le possibilità di trovare un piccolo spazio, ma in questo, l’incoscienza di non rendermi subito conto di tutto quanto, mi ha aiutato molto. Fortunatamente, ho fatto un percorso che porterò con me per tutta la vita».

FINALMENTE LA SERIE A – L’Inter rischia di perdere Beccalossi in direzione Genova prima della firma: «Con tutto il rispetto per il Genoa, che è una grande. Io giocavo in Serie B a Brescia così come il Genoa. È chiaro che quando ho ricevuto la chiamata da Milano dall’Inter, non c’è stato neanche il bisogno di scegliere. Tra l’altro, all’epoca era la società che comandava e decideva dove mandarti. Io potevo dire solo che se c’era la possibilità che mi vuole l’Inter, io vado lì. A 22 anni sono arrivato a Milano con l’intento di divertirmi e fare la mia carriera con l’idea di trovarmi il piccolo spazio e poi torno a casa. Ho 64 anni e sono ancora qua a Milano».

SCOPERTA DEL “BECCA” – Beccalossi è un colpo di Sandro Mazzola: «Lui e il suo collaboratore di fiducia. Perché poi Mazzola aveva giustamente i suoi collaboratori e aveva segnalato loro “prendiamo il Becca” perché mi ha detto che era venuto a vedermi una partita a Brescia. Certe cose naturalmente le ho sapute dopo quando si cresce e mi ha detto “ti ho visto fare un’azione bella che ne hai dribblati cinque, sei arrivato a tre metri dalla porta e sei riuscito a tirarla fuori”. Lì per lì, gli dissi che la cosa più difficile per chiunque non era far gol, ma dribblarne cinque. Mi presero e mi portarono in nerazzurro. Fui anche fortunato: l’Inter era una delle poche squadra a svolgere le tournée internazionali. E e quell’anno andammo in Cina. Lì, ho avuto modo di inserirmi nel gruppo e dopo un mese, un mese e mezzo ci si conosceva bene con tutti».

ALTI E BASSI – Se spesso si parla di Beccalossi come croce e delizia un motivo c’è: «Ci sono tanti racconti con Eugenio Bersellini. A 22 anni, la fortuna che ho avuto e, che ripeto spesso, ho trovato un gruppo di ragazzi che ha sempre apprezzato le mie qualità. Ammetto, veramente, di essere stato di difficile gestione. Io ero lì per divertirmi e Bersellini aveva questo grande amore nei miei confronti. È chiaro che non avevamo un rapporto eccezionale, però con l’età ho capito che lo faceva per il mio bene. Arriva a darmi delle ritiri punitivi di una settimana per poi venirmi a dire che, se volevo diventare un grande giocatore, dovevo comportarmi esattamente come in quella settimana. Ma la mia risposta da 22enne è sempre stata “mister, io per giocare a pallone non devo stare in ritiro per tutta la vita”. Anche perché poi la Milano era già una città che offriva molto. Mi ha aiutato molto, a inserirmi bene nella città, a conoscere un sacco di persone. Ero sempre in giro e questo mi dava la carica di dimostrare sempre qualcosa perché avevo come obiettivo quello di ritagliarmi un piccolo spazio. Però le cose che ricordo di Bersellini sono quelle a tu per tu, quando eravamo a quattr’occhi che mi diceva: “Becca ho analizzato la tua partita e ho visto che per 30 minuti non hai preso palla, ma neanche in fallo laterale”. E mentre mi stava riprendendo aveva quegli occhi lucidi che cercavo di fargli capire che dovevo migliorare la continuità. Alla fine mi invitava a fare i sacrifici a livello fisico in modo da eccellere maggiormente le mie qualità. Però io ero nato col pallone tra i piedi e se mi metteva a correre per me era un dramma tutte le volte. Io gli dicevo “sì, corro ma dammi il pallone”. Lui rispondeva dicendomi che dovevo fare la preparazione e curare l’alimentazione. Mi tenevano a dieta. Mi ricordo che a furia di prosciutti e insalate, avendo bisogno di zuccheri, mi recavo spesso agli autogrill perché c’era da bere e potevo prendere qualche caramella. Poi c’era il nostro preparatore atletico Armando Onesti che mi diceva: “Senti che bello correre sotto il rumore della pioggia”. Io rispondevo sempre per le rime: “Io intanto faccio una fatica della Madonna, eh.” E quindi oltre i sette anni che ho fatto, e che ho avuto la fortuna di giocare in quello stadio lì e fare qualcosa di buono. Anche perché da lì erano passati i Luisito Suarez, i Mario Corso e Mazzola che per me erano dei macigni. E avendo avuto la fortuna di conoscerli tutti, quando li vedevo mi tremavano le gambe».

GIOIA IRRIPETIBILE – Sono tante le partite che Beccalossi ricorda con piacere: «Quella col Real Madrid. Perché al di là del risultato che è importante, al di là dei gol, il fatto di arrivare dentro al campo tutto pieno e tutti i tuoi tifosi chiamano il mio nome, è un qualcosa di indescrivibile. Lo ricordo come l’episodio che mi è rimasto dentro in maniera significativa. Mi ricordo che è partito un brivido dalla testa fino alla punta dei piedi. E sono andato in trans per un minuto e quando sono rientrato negli spogliatoi e mi son rimesso le scarpe, si avvicinò Bersellini che mi disse: “Ma Becca dove vai? Manca ancora un’ora e un quarto!”. Talmente era stata la carica di sentire uno stadio intero citare il tuo nome che avevo perso la cognizione del tempo. Credimi, non c’è risultato sportivo, gol o altro: quella è stata la sensazione più bella che abbia mai provato».

AMORE INCONDIZIONATO – Infine, Beccalossi chiude con un messaggio a tutti gli interisti: «C’è un forte legame sempre anche perché ho la fortuna di avere ancora parecchi amici lì. L’Inter è diversa, è diversa da tante altre cose e la si ama sempre nel bene e nel male. Questo è quello che mi piace. Io credo che la storia dell’Inter sia una storia molto importante perché parti dalla Grande Inter fino all’Inter del Triplete, poi in mezzo ci sono stati degli anni con l’Inter dei Record di Giovanni Trapattoni o il nostro campionato che abbiamo vinto con solo giocatori italiani. Quello che mi piacerebbe è che riuscissimo a mantenere questa diversità che abbiamo rispetto agli altri. Quando tu hai la fortuna di indossare la maglia dell’Inter, credimi, nel bene o nel male, la si ama sempre».

Ascolta “Evaristo Beccalossi” su Spreaker.




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