Bastoni: “Inter, tra 10 anni mi vedo capitano. Ho fatto tanti sacrifici”

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27 Marzo 2020, 08:44
Alessandro Bastoni
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Dopo aver parlato del suo inserimento nell’Inter e del sogno Europeo (QUI), ecco la seconda parte dell’intervista ad Alessandro Bastoni dalla “Gazzetta dello Sport”. Qui si parla di futuro e di passato, di aspettative e di sacrifici. 

PERCORSO – Non è facile essere un ragazzo di quasi ventun’anni e giocare nell’Inter. Pura retorica? Forse, ma molti di queste giovani stelle corrono il rischio di sgretolarsi alle prime difficoltà. Certo, il conto in banca sarà sempre roseo, ma non è tutto. Ecco perché Alessandro Bastoni, che i suoi sacrifici li ha fatti in questo primo terzo di vita, all’Inter non ci è comparso, ma ha semplicemente messo le mani e i piedi su un gradino più alto della scalinata: “Se sono qui, lo devo alla mia famiglia. A Mino Favini, che mi volle all’Atalanta. A Gianluca Polistina, tecnico nei Giovanissimi Nazionali a Bergamo: mitrasmise la personalità. E poi ad Agnese. Era la mia migliore amica, l’ho persa nel 2015, dopo un incidente. Quando è successo non c’ero neppure, ero in Bulgaria con l’Under 17. Non avevo con me la famiglia, né gli amici, non ho mai compreso fino in fondo le mie sensazioni. Mi era crollato il mondo addosso. A me che a Piadena, paese di 3mila anime, ero per tutti il forte del gruppo. Sono ripartito, quell’esperienza mi ha cambiato, da lì ho trovato la forza per risalire. Ad Agnese sono dedicate le mie esultanze braccia al cielo, gesto che porto tatuato sulla spalla“.

CHILOMETRI – Per i tatuaggi, infatti, Bastoni sembra avere un feticismo particolare: “Ne ho diversi. Il leone perché mi piace pensare di essere così in campo, visto che molti dicono che io difetti in aggressività. E poi c’è quella scala con il bambino…ecco, quella rappresenta la mia ascesa. È mentalmente tosta, arrivare fin qui. Altrimenti non si partirebbe per il viaggio in un milione di bambini, per poi sfondare solo in 7-8. Il sabato non vai a ballare con gli amici, fai rinunce…ma no, non cambierei mai la mia gioventù con quella di un altro. E quelle difficoltà le ho quasi cercate, non le ho dribblate andando alla Cremonese, a 20 minuti da casa. Atalanta? Mio papà mi portava tre volte alla settimana da Piadena a Bergamo, 130 km ad andare, 130 a tornare, più la partita il week end: totale, 1000 km a settimana. Col mio stipendio di oggi pago ancora la benzina dei miei genitori“.

PIANO B – Il rapporto col padre (che è stato calciatore, ndr) è un tasto vibrante: “Era esigente, mi correggeva, mi sarò scontrato mille volte con lui, poi io sono un tipo permaloso. Tra di noi c’era una specie di sfida: lui sperava lo sorpassassi come carriera, dopo l’esordio in A mi corregge ancora…ma ora è più facile rispondergli. Se ho mai pensato di mollare? Una volta sola. Negli Allievi, giocavo sotto età con i ‘98. Anzi, non giocavo mai. E lì la famiglia mi ha aiutato. A partire da Luca, mio fratello maggiore: il 95 che indosso è il suo anno di nascita. E sui due parastinchi ci sono le foto dei miei due fratelli. Se non fossi calciatore? A scuola ero bravo, ho concluso il liceo scientifico a Mantova. Mi sarei laureato in Scienze Motorie, per poi diventare preparatore atletico“.

ANEDDOTI – C’è tempo anche per un paio di aneddoti della sua infanzia: “La mia tata, Rosaria, ormai è una star del paese. Lei stirava a casa, mi interrogava sull’album delle figurine, le sapevo tutte, ero un tipo da “Italia’s Got Talent”. Le mie preferite? Thiago Silva e Walter Samuel. Ecco, non sarebbe male diventare un mix tra quei due. A 7 anni non avevo una squadra, giocavo all’oratorio del paese. Una mia compagna di classe mi vide e disse al papà, osservatore dell’Atalanta, di venire a darmi un’occhiata. E da lì è cominciato tutto. Non so perché fece il mio nome… però per ringraziarla ogni anno le mando una mia maglia“.

PESO – I trentuno milioni di euro, spesi dall’Inter per strapparlo all’Atalanta, sembravano un’enormità. Adesso non ne parla più nessuno: “Non me sono mai preoccupato. Sa come è andato il mio trasferimento all’Inter? Il mio procuratore, Tullio Tinti, mi convoca all’autogrill a Parma. Scendo dall’auto, inizia a parlare, mi fa “ti vuole l’Int…”. Non l’ho fatto neppure finire, “sì sì, andiamo”. Dei 31 milioni ho saputo dopo. Del calcio non mi piace che si generalizzi: per la gente calciatore vuol dire ignorante, superficiale, caprone. E se è così è per colpa di qualche collega che fa più notizia di altri. Dove mi vedo tra dieci anni? All’Inter, con qualche trofeo in bacheca. E magari capitano“.

Fonte: La Gazzetta dello Sport – Davide Stoppini


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