Trofeo Berlusconi: Inter fa la grande con i piccoli, tre note OK

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21 ottobre 2015, 22:16
Mancini tre

L’Inter si aggiudica la 24a edizione del “Trofeo Berlusconi”, la prima nella sua storia, ma questo è solo l’ultimo dato interessante. Nello 0-1 offerto a San Siro, Mancini ha almeno tre motivi per sorridere pensando al presente e soprattutto al futuro

LA FORMAZIONE – Ecco l’undici di partenza scelto da Roberto Mancini per affrontare il Milan: Carrizo; Montoya, Ranocchia, D’Ambrosio, Telles; Biabiany, Gnoukouri, Kondogbia, Nagatomo; Palacio, Manaj.

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IL MODULO – Mancini torna alle origini e piazza la sua squadra con un 4-4-2 lineare, caratterizzato da due esterni con attitudine tattica completamente opposta: Biabiany a destra è un attaccante aggiunto ed è coperto dal più difensivo Montoya, Nagatomo a sinistra è un difensore aggiunto e a sua volta copre il più offensivo Telles. Regna l’equilibrio tattico, che permette all’Inter di disporsi in maniera differente in fase difensiva e offensiva.

PRIMO TEMPO – Nella prima frazione di gioco è l’Inter, pur imbottita di riserve, a fare la partita. Gli uomini di Mancini mostrano un bel calcio e trovano la rete già al 12′, quando Kondogbia è scaltro e preciso nello sfruttare il primo grande buco difensivo della retroguardia rossonera. Le buone trame nerazzurre non arrivano solo dall’attacco, anzi, è la difesa che stupisce: Carrizo para tutto, Ranocchia non sbaglia un intervento e perfino l’oggetto misterioso Montoya si rende protagonista di chiusure e diagonali difensive d’alta scuola (pensando a quanto offre il calcio italiano negli ultimi anni). E Nagatomo lo segue a ruota, mentre D’Ambrosio non sfigura affatto nel ruolo di centrale difensivo, visto che la fascia sinistra è presidiata da Telles, preziosissimo con il suo mancino. A centrocampo si soffre un po’ l’aggressività dei mastini rossoneri, ma presi singolarmente sia Gnoukouri sia il già citato Kondogbia fanno intravedere buone manovre. Appurato questo “problema”, Mancini attua la prima modifica tattica, sperimentando il 4-3-3: Nagatomo si sposta nel ruolo di mezzala destra, consentendo a Biabiany di avanzare nel ruolo di ala destra a completare il tridente con Palacio a sinistra e Manaj centrale. Buoni un paio di spunti del velocissimo francese, più appannate le altre due punte, in particolare l’argentina. Il primo tempo termina 0-1 in favore dell’Inter, che merita senza alcun dubbio questo risultato.

SECONDO TEMPO – Nella ripresa Mancini inizia a stravolgere la sua squadra: fuori Telles, Kondogbia e Nagatomo, dentro Dodò, Tchaoule e Baldini. Si torna così al 4-4-2 lineare, sfruttando a sinistra la spinta del brasiliano rientrante e del numero 92. Nel primo quarto d’ora il tecnico jesino riceve buoni segnali dai suoi giovani, pertanto decide di completare la girandola dei cambi inserendo tutti gli altri: entrano Gyamfi, Della Giovanna, Popa, Dimarco, Antonini, Delgado e Rapaic, escono Montoya, Ranocchia, D’Ambrosio, Biabiany, Gnoukouri, Palacio e Manaj. Inutile, in questo caso, soffermarsi sull’assetto tattico, in continuo stavolgimento: resta la difesa a quattro, ma i continui movimenti tra centrocampo e attacco permettono all’Inter di allargare molto il gioco sulle fasce, perdendo un po’ di densità in mezzo. Di positivo c’è la grinta dei giovani, che si dimostrano all’altezza della situazione. Di negativo, ovviamente, va segnalata la reazione del Milan, forse ferito nell’orgoglio: ed ecco che sale in cattedra Carrizo, unico rimasto in campo dal 1′. Il portiere argentino para tutto e di più. A un quarto d’ora dal triplice fischio finale, i cambi sono terminati: fuori proprio Carrizo, dentro Berni. E anche il terzo portiere dell’Inter si toglie più di una soddisfazione, bloccando ogni tentativo rossonero, anche grazie all’attenzione della sua retroguardia. Sembra finalmente che a funzionare non siano i singoli, ma tutta l’orchestra nerazzurra. La partita si conclude con la vittoria dell’Inter: 0-1 il risultato finale, che permette a Dodò di alzare il “Trofeo Berlusconi” davanti al pubblico di San Siro. Vittoria meritata, anche se non è questo ciò che interessava.

IL PROTAGONISTA – In un’amichevole del genere, perché alla fine – pur essendo un derby -, di questa si tratta, analizzare nel dettaglio l’allenatore, le riserve o i giovani scesi in campo può anche essere disinformativo. Milan-Inter di oggi è una partita che aveva poco da dire e sicuramente, pur complimentandomi in particolare con i vice-Handanovic (Carrizo superlativo, Berni incredibilmente pronto e decisivo), la mia attenzione si sposta su un giocatore che finora non ha avuto nessuna chance per dimostrare di essere o non essere: Martin Montoya. Lo spagnolo, nella sua ultima uscita in nerazzurro (nella drammatica amichevole Lecco-Inter, ndr) aveva preoccupato non poco, ma ancora in partite ufficiali non ha timbrato il cartellino. Nel “Trofeo Berlusconi”, però, sembra essere sceso in campo un giocatore diverso da quello “chiacchierato” fino a pochi giorni fa: tatticamente preciso, tecnicamente pulito, senza tanti fronzoli. Forse il giocatore visto a Barcellona, anche se è troppo poco per illudersi. La domanda adesso sorge spontanea: Mancini gli darà un’occasione anche in campionato oppure la bella prestazione di oggi è arrivata troppo tardi per rivedere le gerarchie sulla fascia destra? Il titolare Santon non trema, ma Montoya ha il diritto di sperare. E lavorare.

IL COMMENTO – Dilungarsi ancora sul match non interessa a nessuno: bravissimo Mancini nel gestire le risorse a disposizione. Titolari a riposo, riserve in campo dal 1′ e spazio ai giovani nella ripresa. La mia attenzione, però, si riversa su tre note positive che ho potuto constatare in questi “inutili” 90′ di gioco. 1. L’Inter quest’anno è una squadra vera, oltre che essere un gruppo unito: può essere forte o meno forte, bella o meno bella, ma chi scende in campo sa giocare a calcio e lo fa con professionalità. Che sia un titolare strapagato o una riserva che il campo non lo vede neanche per sbaglio, quest’anno le risorse sono notevoli (da notare che, oltre ai titolari di Inter-Juventus, mancava l’infortunato Ljajic). Le parole di Carrizo a fine serata ne sono la dimostrazione; 2. i nuovi stanno iniziando a capire cosa vuole Mancini da loro: l’ambientamento in Italia, si sa, non è mai facile. Il gol di Kondogbia, la bella prova di Montoya e l’importanza di avere in campo il chirurgico Telles (che metterà in crisi Mancini a causa del ballottaggio con il ritrovato Juan Jesus), sommati ai già decisivi Miranda, Murillo, Melo, Perisic e Jovetic, non sono dettagli da trascurare; 3. la duttilità tattica dei giocatori, che si adattano a tutte le richieste sperimentali di Mancini: quando a giocare fuori ruolo è un giovane, nessuno si scompone, ma se vengono fatti esperimenti tattici su prodotti finiti e vanno male, a storcere il naso sono nove persone su dieci. Vedere D’Ambrosio attento da centrale difensivo e Nagatomo utile da mezzala, per fare gli esempi di serata, può solo essere positivo. Certo, si tratta di due “esuberi”, ma anche in partite ufficiali si è già osservato questo fenomeno: Medel ovunque, Melo arretrato in difesa, Brozovic esterno e ovviamente Perisic dove lo metti, tranne che in porta. L’Inter costruita da Erick Thohir e Piero Ausilio (con Marco Fassone, ndr) sui dettami di Mancini è una squadra veramente camaleontica: una volta prese le giuste misure, l’intera rosa dovrebbe iniziare a garantire prestazioni importanti. Ma soprattutto, risultati. Buon lavoro, ragazzi.

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