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Inter, il film del 2019 – Parte 1: dal caso Icardi all’addio di Spalletti

Tempo di bilanci in casa Inter. Volge al termine un anno solare estremamente intenso, ricco di emozioni, di cambiamenti e di difficoltà. Abbiamo provato a riavvolgere il nastro, dividendo l’annata in tre fasi: dagli albori del caso Icardi, al primato in classifica di Conte. Dall’epurazione dei pezzi da novanta, alla riscossa dei gregari. Qui trovate il primo capitolo della saga: una sorta di trilogia. Il genere cinematografico di appartenenza decidetelo voi.

IL CASO – Col senno di poi, parecchi protagonisti della vicenda farebbero volentieri un salto nel passato. Un trascorso pieno di mezze parole, di uscite sospese tra il grottesco e l’orrido. Ma se si potesse tornare indietro, dubito che il caso Mauro Icardi avrebbe avuto la stessa conclusione. Meglio restare col privilegio del dubbio, piuttosto che consentire ai personaggi della nostra storia un’ulteriore voce in capitolo. Il primo film della trilogia si apre con le vicende di un (ex) capitano coraggioso, intrappolato nella melma della presunzione e nell’incapacità di andare oltre le proprie pretese. I primi mesi del 2019 dell’Inter ruotano attorno alla sua stella più luminosa, fino a qualche tempo prima. Ma lo fanno nel modo sbagliato, invertendo il naturale movimento di rivoluzione del pianeta argentino con la maglia numero 9. Icardi si è ammutinato! Icardi dev’essere liberato! Icardi non merita nulla! Tra il centravanti argentino e i nerazzurri c’è una storia complessa, che andrebbe sviscerata partendo dalle fondamenta. Ma della quale forse è stato già detto anche troppo.

SILURATO – Il 9 gennaio 2019 Icardi rientra a Milano dalle sue vacanze, con un giorno di ritardo rispetto ai compagni. Il club opta per la linea dura: 100 mila euro di multa. È la politica di gestione del nuovo a.d. con delega particolare all’area sport. Si chiama Giuseppe e di cognome fa Marotta, è entrato in carica qualche mese prima. Ha un passato ingombrante e l’aria di chi, di lì a poco, metterà in piedi una vera e propria bonifica dello spogliatoio. La multa è una premessa, che va a braccetto con un rinnovo sospeso e una serie di prestazioni non esaltanti da parte di ‘Maurito’. L’avvio spumeggiante, con gol allo scadere nel derby e al volo (di grazia) contro il Tottenham, sembrano soltanto ricordi. Icardi è solo, sempre più solo e fin troppo pensoso. Ma forse mai abbastanza, perché ha un difensore d’eccezione che ne accompagnerà l’epopea in negativo. Wanda Nara inaugura la serie di sanguinose puntate di “Tiki Taka” che cambieranno, di fatto, la storia recente dell’Inter: «Mauro è poco tutelato, su di lui escono cattiverie, non capisco se arrivino dalla squadra o meno. Il rinnovo? Preferirei l’acquisto di uno che gli metta cinque palle buone in più in campo». Il vaso trabocca ufficialmente il 13 febbraio: Icardi viene destituito, il nuovo capitano è Samir Handanovic.

STRASCICHI – Seguiranno 53 giorni di agonia, di insinuazioni, di provocazioni più o meno implicite e di tanto non-detto. Icardi si fa da parte, l’Inter accusa il colpo e la squadra fa una fatica tremenda a ritrovare certezze. L’uomo del destino, venuto da lontano per rinnovare la tradizione dei grandi argentini dell’Inter, ha tradito la causa. Luciano Spalletti va in escandescenza e cerca di farsi scudo per proteggere i calciatori. Ma la perdita di un elemento così importante avrà strascichi velenosi sulla squadra, già preda delle proprie contraddizioni di rendimento in un periodo storicamente complicato. C’è da gestire la corsa Champions League con Milan e Atalanta, c’è da tenere a bada un’opinione pubblica che continua a ingozzarsi degli sviluppi su Icardi. Le polemiche sorpassano gradualmente il rettangolo verde, ma il campo è giudice supremo e prima o poi arriva per chiedere il conto. L’Inter, nel giro di due settimane, perde malamente contro l’Eintracht Francoforte e viene sorpassata dai rossoneri di Gennaro Gattuso dopo la sconfitta di Cagliari. L’ambiente nerazzurro è una polveriera, dirigenti e allenatore appaiono sull’orlo di una crisi di nervi. L’imputato ha un nome e un cognome. La tentazione di dare sfogo a un processo istituzionale per l’ex capitano è molto forte, ma la notte è più buia subito prima dell’alba.

LUCE IN FONDO AL TUNNEL – La partita contro l’Eintracht, persa malamente a San Siro, è probabilmente il punto più basso della vicenda. Spalletti lamenta assenze a non finire (una costante nei momenti decisivi dell’annata) e termina la partita con due primavera all’esordio. Uno di questi, è un coraggioso ragazzino che più tardi tornerà a farci visita: Sebastiano Esposito. Tra infortuni, limitazioni imposte dalla UEFA e ammutinamenti, i nerazzurri dicono addio all’Europa League e sprofondano nel baratro. Il derby contro il Milan, del 17 marzo, è un altro momento cruciale: sboccia una stella, Lautaro Martinez, e l’Inter capisce di poter fare a meno del suo numero nove. La prestazione nella stracittadina è probabilmente lo specchio delle montagne russe su cui l’Inter ha messo piede dall’inizio dell’anno solare. Alla fine la decide il ‘Toro’, il nuovo argentino, destinato a prendere il posto del vecchio capitano. È un’incoronazione pubblica, in cui il sovrano precedente è stato appena defenestrato. L’Inter ha un nuovo re venuto dall’America Latina. Ma soprattutto riscopre l’efficacia e la bellezza della classe operaia. Danilo D’Ambrosio salva su Patrick Cutrone a tempo scaduto e salverà anche la Champions qualche mese più tardi. Verrebbe da dire proletariato al potere.

DESTINI – Icardi torna tra i convocati dell’Inter il 2 aprile, in occasione della trasferta di Marassi contro il Genoa. L’argentino parte dal primo minuto in uno stadio in cui è abituato a convivere coi fischi. Torna al gol dagli undici metri, ma è una gioia effimera. Un mese e mezzo dopo, percorrerà gli stessi passi in una partita decisiva per il futuro dell’Inter. La sfida con l’Empoli è un vero tripudio di emozioni. L’argentino sbaglia un rigore sull’1-0 ed è un fotogramma da brividi. L’ultimo ricordo dell’argentino sul prato di San Siro. L’ex Sampdoria si fa da parte mostrando tutta la sua impotenza, mentre un’ Inter letteralmente folle saluta Spalletti agguantando la Champions League sul filo di lana. La sblocca Keita Baldé, altro uomo che ha da subito interiorizzato l’animo vero di questo club. È la partita dei due portieri: Bartlomiej Dragowski e Handanovic volano respingendo palloni come fossero tizzoni infuocati. L’Empoli trova il pareggio col giovane Hamed Traoré e l’Inter, per qualche minuto, aveva respirato aria di cinque maggio. I nerazzurri trovano il nuovo vantaggio con Radja Nainggolan, dopo l’ennesima sgroppata di Matias Vecino che coglie un palo sfortunatissimo ma si conferma uomo baciato dagli astri. Ivan Perisic e compagni avrebbero trovato anche il gol del tris, ma proprio un’ingenuità dell’ex attaccante della Lazio contribuisce all’annullamento del gol della sicurezza, lasciando un’Inter agonizzante in dieci uomini. D’Ambrosio trova il tempo per salvare il vantaggio (e il piazzamento in Champions League) della sua Inter: presto sarà eretto un monumento in suo nome nell’area piccola di San Siro.

NUOVO INIZIO – Il triplice fischio è una liberazione, oltre all’apoteosi emotiva di un ambiente che afferma con serenità di averle passate davvero tutte. Si chiude un campionato nel modo più irrazionale possibile. L’Inter viaggia su binari tradizionalmente folli, ma l’attrazione turistica è valsa il prezzo del biglietto. La sensazione, poi confermata, è che dopo quel 26 maggio nulla sarebbe stato come prima. Senza quella partita, senza Spalletti e i suoi sfoghi, senza un’Inter i cui ingranaggi avevano abbandonato ogni movimento fisicamente razionale, l’Inter non sarebbe stata l’Inter. Arriva l’esonero. Il tecnico di Certaldo si ritira in campagna a produrre vino e altre primizie agricole: ne ha vissute troppe per tornare immediatamente sulla giostra. La palla passa ad Antonio Conte, a un’estate rovente e all’autunno dei record.

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