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Euro 2020 dà due grandi insegnamenti anche all’Inter di Inzaghi post-Conte

Euro 2020 è finito con lo spettacolare trionfo azzurro in terra inglese. Una vittoria che porta la firma di Mancini con la testa e quella di Donnnarumma con i guantoni. Dopo aver vinto lo scudetto con Conte in panchina, l’Inter di Inzaghi dovrà ripartire – tra tante difficoltà – proprio con i grandi insegnamenti che arrivano dalla notte tricolore di Wembley. Due su tutti

GRUPPO – La vittoria dell’Italia del CT Roberto Mancini a Euro 2020 è un capolavoro calcistico che va oltre il rettangolo di gioco. Il trionfo nasce da fuori. Da lontano. L’allenatore non è un semplice allenatore ma un allenatore-manager. Il concetto di “tecnico che sta in panchina” è superato. Per le nazionali è normale che sia così, per i club questa normalità non è ancora considerata tale. Il lavoro – anche oscuro – fatto da Mancini sul gruppo azzurro non si può quantificare solo attraverso il trofeo vinto, è tutto il percorso a raccontarlo. Il percorso, già. Lo scudetto vinto dall’Inter con Antonio Conte in panchina nasce con gli stessi presupposti. Un solo elemento umano in comune a fare da collante tra ufficio e spogliatoio: Lele Oriali, già. E non è un caso. Le vittorie, tra mille difficoltà, si costruiscono così. Compattando il gruppo-squadra. Il lavoro di Simone Inzaghi a Milano sarà influenzato anche da questo aspetto, tutt’altro che secondario. L’importanza di Oriali nell’ambiente non può essere trascurata e la gestione manageriale mostrata sia da Conte sia da Mancini è un insegnamento da non ignorare. Il lavoro sul campo da tecnico non è un problema per Inzaghi, che fa parte della stessa scuola di Mancini e Conte. Ma il controllo extra-campo è da conquistare, anche nella versione manageriale “aziendalista”.

Da Euro 2020 all’Inter: l’allenatore non è tutto

TALENTO – L’Italia sul tetto d’Europa dà anche un altro insegnamento a tutto il mondo del calcio moderno. Un insegnamento che l’Inter dovrebbe conoscere bene, ormai. Il collettivo è importante ma i singoli sopra la media fanno la differenza. I gregari azzurri si sono aggrappati all’esperienza dei leader storici, a partire dal capitano Giorgio Chiellini (esageratamente decisivo nei match clou), ma non solo. L’Italia di Mancini si è presentata alla rassegna internazionale con un fenomeno in un ruolo in cui oggi si fatica a trovare un elemento quantomeno decente: Gianluigi Donnarumma, il portiere. Non c’è il veterano Gianluigi Buffon (43 anni!), c’è il predestinato 22enne. Un talento unico che può fare la differenza anche da solo. Non è un centravanti né un regista, bensì un estremo difensore. L’Inter nel 2021 avrebbe già dovuto switchare tra i pali ancora difesi dal capitano Samir Handanovic (37 anni tra qualche ora). E allo stesso tempo avrebbe dovuto difendere con le unghie e con i denti il suo asset per eccellenza in rosa: il “terzino” Achraf Hakimi, che è tutto fuorché un semplice esterno destro. Peccato. L’avventura di Inzaghi sulla panchina dell’Inter è destinata a iniziare in salita ma non per questo non potrà portare soddisfazioni nel breve e lungo periodo. Basta seguire i giusti esempi, quelli degli allenatori italiani vincenti nel 2021: i maestri Conte e Mancini. Euro 2020 lo insegna.

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