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Vincere all’Inter non è importante né l’unica cosa che (voleva) Conte

Vincere è l’obiettivo di qualsiasi sportivo. Chi vince scrive la storia e non può essere dimenticato. Il biennio di Conte all’Inter si può reggere su queste due banalità. Vere ma pur sempre banali, soprattutto per i tempi che corrono. Il calcio per un anno abbondante è finito in secondo piano e con esso l’obiettivo principale. E infatti oltre alla vittoria c’è di più

REGALO DI ADDIO – Si dice che per qualcuno vincere non sia importante ma l’unica cosa che conti veramente. Ed era così anche per Antonio Conte, prima di accettare la sfida Inter. La “sfida”, non il “progetto”. Il percorso delle montagne russe e soprattutto di quelle cinesi. L’arrivo e l’addio di Conte al mondo nerazzurro non hanno bisogno di presentazioni né di altro. I dati, le dichiarazioni, i risultati, i trofei – anzi, il trofeo -, è tutto facilmente riassumibile. Sono stati due anni pieni di lavoro, passione e vittorie. Ventiquattro mesi di interismo allo stato puro. Conte si è ritrovato a essere non un interista ma l’interista per eccellenza. Ha dovuto prendere in mano l’Inter (squadra e società), ripristinare l’obiettivo sportivo davanti a quello economico, e regalare un sogno ormai insperato per i tifosi. Lo scudetto è un regalo per tutti quelli che oggi ruotano intorno all’orbita Inter, pur avendo altri interessi o priorità. Ma è soprattutto frutto di un lavoro tutt’altro che facile. Spesso si dice che “non ha vinto Tizio, ha perso Caio” e invece in questo caso Sempronio ha stravinto contro tutto e tutti. E Sempronio è proprio Conte, il terzo incomodo tra l’ex amico che vince da nove anni consecutivi e il nuovo amico a cui non interessa vincere. Ma poi partecipa alla festa, spegne le candeline e mangia la torta. Tra uno spumante stappato e l’altro, tra una foto scattata e l’altra. All’Inter la festa è iniziata e finita nel giro di poche ore, il tempo di organizzarsi per il prosieguo del percorso, limitando (forse) i danni. Ma la festa c’è stata perché l’ha organizzata alla perfezione Conte, in nove mesi. Gli ultimi quattro-cinque davvero sorprendenti. Era importante vincere e lo sarà sempre, ma bisogna ancora tenere conto del “come” e del “con chi”. E questa vittoria all’Inter resterà nella storia, per tantissimi motivi. Così come la separazione, obbligata.

RAPPORTO IMPOSSIBILE – Conte vuole vincere, sì. Sempre e comunque. Ovunque. Chiedeva di farlo ancora e voleva continuare a vincere con la sua creatura nerazzurra quasi perfetta. Sì, assolutamente. Ma arrivato a un certo punto della storia, Conte chiedeva, pretendeva, voleva soprattutto qualcosa in più di e per vincere. Chiedeva garanzie, pretendeva rispetto, voleva fiducia. Nell’ultima stagione Conte ha lavorato tra Appiano Gentile e Milano con una squadra e uno staff tecnico tenuti insieme solo dall’obiettivo vittoria: il 19° Scudetto dell’Inter sopra a ogni cosa, poi si vedrà. E poi si è visto, purtroppo. Senza il supporto di nessuno, se non dei tifosi a distanza. Attaccato e criticato per qualsiasi cosa dall’ambiente esterno all’Inter. Non difeso né ringraziato per motivate ragioni dall’ambiente interno. Conte è stato trattato come un dipendente che doveva portare a termine il suo lavoro a prescindere dalle complicazioni. Perché pagato. Tanto. E questo ha fatto: ha lavorato per se stesso e per gli altri, a partire dall’azienda da cui è stato pagato, per regalare una gioia sotto forma di tricolore. L’Inter ha vinto lo scudetto dopo undici anni ma è lo scudetto di Conte più di tutti gli altri. Perché agli altri non interessava poi così tanto. La vittoria non era nei piani della proprietà e perfino la dirigenza si è stupita per la celerità con cui è arrivato il titolo (dopo due anni anziché tre o più). Perché all’Inter, soprattutto oggi, vincere non è la cosa più importante e Conte lo ha capito da tempo. Adeguandosi, a modo suo. Ma infatti all’Inter Conte non chiedeva più (solo) di investire altri milioni per continuare a vincere, bensì di cambiare i modi e i rapporti per poter portare avanti un progetto condiviso. Perché vincere è importante, ma lavorare in un ambiente amichevole e rispettoso lo è molto di più. Perché così è più facile continuare a vincere ed essere felici, nonostante i problemi. Non è stato possibile trovare questo punto d’incontro, quindi giusto separarsi subito anziché iniziare la terza stagione in scadenza con molti più problemi della seconda. Conte aveva bisogno di una nuova sfida e soprattutto una nuova famiglia, e le troverà presto. Perché è un numero uno nel suo lavoro. Ma a livello sportivo, vale tantissimo anche come dipendente e soprattutto uomo. Grazie di tutto e buon lavoro lontano dall’Italia, Mister. Gli interisti non la dimenticheranno.

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