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Super League ovvero la corazzata Kotiomkin del calcio europeo. Errore Inter?

Come vola il tempo quando si può discutere liberamente di qualcosa che nella realtà non esiste. L’effetto Super League sul mondo del calcio europeo è stato fugace ma promette altre sorprese. Il dietrofront dell’Inter, con la netta presa di posizione di Marotta rispetto all’idea di Suning, sintetizza al meglio il buco nell’acqua fatto dai Club Fondatori, alcuni più di altri

MORDI E FUGGI – La Super League è iniziata e finita prima ancora che si discutessero nel dettaglio argomenti quali calendario, diritti TV, premi, sponsor e soprattutto… il senso di introdurre una nuova competizione internazionale per club. Il fatto che il progetto fosse destinato a fallire si poteva intuire dalla poca credibilità con cui è stato annunciato. A mezzanotte appare il comunicato, seguito da quello dei Club Fondatori, su un sito realizzato appositamente per il lancio. Di fatti si crea un brand (Super League, appunto) ma ognuno riporta il nome a suo piacimento. Super Lega in Italia, Super Liga in Spagna – anche nelle versioni “Superlega” e “Superliga”, per risparmiare uno spazio -, come dire: è una novità e non sappiamo nulla, ma raccontiamola purché se ne parli. O finché sia troppo tardi, forse. Il progetto Super League nasce male nei modi e ancor peggio nelle tempistiche, non di certo nelle idee e negli obiettivi. Perché è chiaro che l’obiettivo a breve termine fosse quello di sistemare i bilanci dei dodici Club Fondatori, mentre l’obiettivo a lungo termine sarebbe diventato monopolizzare il calcio europeo dopo aver fatto fallire la UEFA. Fattibile? Utopia. Si è parlato di meritocrazia, morale, passione, romanticismo e sentimento dei tifosi, ma l’unico concetto che va messo al centro dell’attenzione è uno: lo sport in quanto tale. La Super League è un prodotto commerciale, quindi televisivo, figlia del calcio business. Se n’è parlato troppo senza evidenziare la sua reale natura: è un torneo estivo giocato nelle altre tre stagioni dell’anno, solo per far girare il business intorno a una competizione che non prevede altro. Una bolla destinata a scoppiare (di noia) dopo due-tre edizioni, semmai partisse.

MODELLI A CONFRONTO – Le colpe del fallimento Super League sono da dividere tra chi ha strutturato una boiata simile e chi ha dato il proprio assenso a farne parte. Come in ogni progetto che si rispetti, è la quantità a far credere che si stia portando avanti la qualità. Se i Club Fondatori fossero stati 6 o 8 anziché 12, non avrebbero perso tempo neanche a scrivere il comunicato. La mossa di togliere un terzo delle partecipanti al nuovo format della Champions League, nonché le società europee più gloriose (oddio, non tutte…) e ricche (forse prima della crisi causata dal Coronavirus, oggi sono le più indebitate), ha ingolosito i promotori del calcio europeo anti-UEFA. Ma l’errore è stato non aver frenato questa follia in partenza. Per intenderci, il Real Madrid può aver convinto subito la Juventus e il Manchester United sul buon esito della cosa, ma è impensabile che certi argomenti abbiano fatto crollare l’Atletico Madrid, l’Inter e il Manchester City. Perché mangiano torte differenti e la sottomissione a un nuovo sistema non sarebbe stata reale garanzia di sedersi al tavolo dei potenti, piuttosto di continuare a cibarsi delle briciole lasciate per strada. Tradotto: l’errore dell’Inter è aver creduto che l’àncora di salvezza nel calcio business fosse il modello americano chiuso ed europeizzato, ignorando l’unico esempio virtuoso del calcio europeo. Il modello tedesco. Quello in cui il Bayern Monaco riesce a dominare a livello economico-sportivo in Europa grazie al monopolio creato in Germania negli anni. Si tratta di un processo lungo, proprio per questo a lungo termine, non qualcosa da iniziare ora e pagare negativamente negli anni avvenire. Perché per uscire da un sistema chiuso, poi, bisogna pagare (non solo le conseguenze). L’errore è aver scelto il modello sbagliato di business, quindi.

INTER FANTOZZIANA – Soffermandosi sull’errore dell’Inter, non si può nascondere una certa amarezza nelle parole dell’Amministratore Delegato Sport Beppe Marotta (vedi articolo), che pone un muro invalicabile tra la società Inter e la proprietà Suning, vera artefice dell’OK alla Super League. Ed è ovvio. A Milano c’è un Club che sta cercando di recuperare terreno prima in Serie A e poi – possibilmente – in Champions League, rovinare tutto facendo guerra alla FIGC e alla UEFA è una mossa scellerata. Un’azione kamikaze. Lo stesso Marotta ne ha “giustificato” le buone intenzioni della proprietà per via della crisi finanziaria causata dal Covid-19 ma conscio dell’insostenibilità dell’ambizioso progetto Super League. Che magari verrà riproposto in futuro. Chissà, sotto il controllo della UEFA, che di colpe nell’ultimo decennio ne ha tantissime e ora potrebbe trasformare l’attuale Champions in un Super format elitario. Senza inviti né promotori esterni al mondo del calcio europeo. Perché, chiariamolo una volta per tutte, chi ha pensato e dato l’OK all’idea Super League è fuori dal mondo calcistico tanto quanto chi ha proposto e accettato il nuovo format della Champions. Il calcio europeo deve fare un passo indietro, recuperare quell’idea di sport fatto di regole comuni e spettacolo condiviso, poi si potrà ragionare su come aumentare la posta in palio per chi dà maggiori garanzie economico-sportive per far funzionare al meglio tutto il sistema. Bisogna vivere di calcio per conoscere pro e contro di qualsiasi azione. Questo è stato l’errore fantozziano di chi ha preso la decisione a nome di tutta l’Inter. Un errore fantozziano che si presta benissimo alla competizione internazionale proposta: ‘sta Super League è “La corazzata Kotiomkin” del calcio europeo. Continuate voi…

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