Siamo tutti Koulibaly, ma non Meité: quando il nero non sta bene su tutto

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30 dicembre 2018, 16:38
Koulibaly Meité

La fine del 2018 regala un argomento di grande polemica al calcio italiano: il razzismo negli stadi, soprattutto se si tratta del “Giuseppe Meazza” in San Siro quando in campo c’è l’Inter. Non è per fare vittimismo, ma gli effetti dell’evento “Siamo tutti Koulibaly” sta portando esattamente nella direzione sbagliata, quella tutta italiana della polemica no sense. E Meité muto

POLEMICA STERILE – Archiviato il girone di andata della Serie A 2018/19, non si può dire lo stesso per le polemiche. Soprattutto quelle sterili. Da una parte l’utilizzo del VAR, dall’altro il regolamento del calcio italiano in sé e, uscendo dal rettangolo di gioco, gli argomenti razzismo e violenza negli stadi stanno dando vita a complotti, processi e teorie al limite dell’imbarazzante. Ma andiamo per gradi. Metto da parte tutte le altre questioni e mi soffermo esclusivamente sul – presunto – razzismo calcistico. Una polemica che ho voluto evitare a tutti i costi prima, durante e dopo i fatti di Inter-Napoli, ma a cui non si può rinunciare dopo Lazio-Torino di ieri. Premessa: il razzismo è una piaga culturale e sociale da debellare, purtroppo ancora presente non solo a livello nazionale, ma da “limitare” a contesti specifici. Discriminare un’altra persona utilizzando motivazioni quali la superiorità della propria razza, quindi non trattare in maniera paritaria persone di altre etnie, è razzismo. Tutto il resto è ignoranza, becera ignoranza. Anche definire un calciatore africano “nero” è ignoranza, mica razzismo. C’è chi crede che l’appellativo “negro” sia offensivo, perché invece “di colore” che significato avrebbe? Non è un gioco cromatico. La differenza è solo negli occhi e, soprattutto, nel cervello di chi vuole vederla. Ed è esattamente ciò che è successo di recente, è successo sempre e succederà ancora. Non solo nel calcio, sia chiaro. E adesso possiamo affrontare meglio le ultime vicende “razziste” a sfondo calcistico.

INTERISTA RAZZISTA – Cos’hanno in comune Kalidou Koulibaly e Soualiho Meité? Sono entrambi calciatori francesi (nati in Francia, anche se il difensore è di fatto senegalese), giocano nel campionato italiano, sono stati espulsi nella loro ultima partita giocata nel 2018 e poi? Ah sì, sono “neri” e quindi ci si può ricamare sopra una polemica. Da una parte il fortissimo centrale difensivo del Napoli, Koulibaly, bersagliato da quattro idioti “interisti” (le virgolette servono a distinguere i veri interisti dai presunti tali, proprio come i veri razzisti da chi crede di esserlo atteggiandosi in tal modo) con dei “buuu” nelle due-tre occasioni in cui ha messo in apprensione tutta l’Inter con delle folate offensive degne del miglior slalomista in circolazione, prima di farsi espellere come un pirla (non è un termine né offensivo né razzista, qualifica il passo falso di un grande campione) e ingigantire la cosa grazie all’intercessione di compagni, società e tifosi: il cartellino rosso lo ha meritato sul campo, il razzismo sugli spalti non c’entra nulla. Perché non si può parlare di razzismo. Quattro idioti pensano di essere così furbi da “ululare” a Koulibaly in azione semplicemente per provocare una reazione, come succede con i fischi agli avversari indesiderati. Ma Koulibaly è desiderato, perché forte, quindi non si può fischiare senza motivo. Il cervello malato porta a emettere versi da primati non sviluppati, ma non è riconducibile al razzismo. Dà fastidio? Sicuramente sì. Può portare all’interruzione di una partita? Deve. Alla sospensione? Anche. Sconfitta a tavolino? Va benissimo. Poi si trovano i quattro idioti, nome e cognome, si dà loro il DASPO e via, tornando alla normalità da stadio. Bisogna fare la lotta all’ignoranza negli stadi, non al finto razzismo utilizzato solo come “mezzo” per creare disagi. Il sillogismo che dalle ipotesi “interisti ululano” e “Koulibaly nero” ha portato come risultato il concetto di “interisti razzisti” è una poverata storica che non deve passare assolutamente come verità.

TUTTI KOULIBALY, NON MEITE’ – Eppure in Italia, subito dopo Inter-Napoli, si è parlato di tolleranza zero contro questi episodi e ci si è mobilitati per creare l’evento anti-razzismo interista: “Siamo tutti Koulibaly“. Sei Koulibaly se ti presenti allo stadio con il volto fotocopiato (in bianco e nero, non a colori!) di Koulibaly. Sei Koulibaly se ti pitturi il volto di nero e vai in giro senza farti problemi. Sei Koulibaly se ammetti che i neri non ti fanno schifo. Sei Koulibaly se proponi di far scendere in campo squadre con un capitano nero (i capitani anti-ululati!). Sei Koulibaly se chiedi ai tuoi tifosi di non ululare quando vedono un nero. Sei Koulibaly quando eviti di mandare in trasferta i tuoi supporter così da non far fischiare loro gli avversari neri. Quante altre cazzate devo scrivere per far capire che siamo tutti Koulibaly? Perché “siamo tutti Koulibaly” per gli italiani del calcio significa “non siamo razzisti”, ma è proprio creando un evento ad hoc che si sottolinea una differenza che non esiste e che non interessa a nessuno. Il razzismo, quello vero, si combatte in un altro modo e perfino il Ministro degli Interni Matteo Salvini è riuscito a esprimere concetti intelligenti su un argomento che ha così a cuore (QUI alcune delle sue parole, ndr). Quindi capitolo chiuso. O forse no. E Meité? Ah già, dall’altra parte c’è il nero del Torino… Espulso, fischiato e ululato da quattro idioti “laziali” nel finale di Lazio-Torino. Adesso siamo tutti Meité? Oppure Meité è meno nero di Koulibaly perché è francese senza passare dall’Africa? Si tratta forse di un nero più sbiadito? Nero di Serie B? La domanda è lecita, qualcuno potrebbe anche rispondere. Perché si sostiene che il nero stia bene su tutto, ma forse alcune volte fa più comodo distinguere nero e nero, in base al tipo di polemica da montare ad arte: siamo tutti Koulibaly, ma per Meité non vale la pena sbattersi più di tanto. Siamo in Italia, dai…

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