Prof. Volpi: “Coronavirus? Un incubo. Ora sto meglio, ma non guarito”

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9 Aprile 2020, 08:54
Volpi
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“La Gazzetta dello Sport” ha intervistato il responsabile dell’area medica dell’Inter, professore Piero Volpi, che ieri ha ufficializzato di contratto il coronavirus (vedi articolo). Il dottore, oltre che per i nerazzurri, lavora anche con la clinica Humanitas.

LOTTA AL CORONAVIRUS – La prima domanda che viene da fare al professor Piero Volpi, responsabile dell’area medica dell’Inter, nonché direttore dell’Unità Operativa Ortopedia dell’Humanitas di Milano, è la più banale di tutte. Ma è anche la più logica. Prof, come sta? «Ora meglio. Ho lasciato l’ospedale, sono a casa. Sono in isolamento, con la mascherina e tutte le precauzioni possibili per chi vive con me. Non posso ancora dire di aver sconfitto il Covid-19: dopo la quarantena di 14 giorni, farò due tamponi che mi diranno se ne sono uscito».

INCUBO – A Volpi viene chiesto quando ha capito di essere infetto dal Coronavirus: «Per una settimana ha convissuto con sintomi lievi, qualche colpo di tosse. Pian piano però il malessere aumentava. E ho compreso. Ho contratto il virus in ospedale, come è capitato a molti miei colleghi. Il 27 marzo mi sono ricoverato. I primi quattro giorni sono stati durissimi. Sembrava di vivere in un’altra dimensione: la testa era lucida, ma il corpo non rispondeva più, come si fosse spento il computer. Non avevo più appetito, faticavo a respirare e persino a muovermi. Usavo l’ossigeno, sono stato curato con antivirali e antibiotici. Il tutto in totale isolamento: l’unico contatto vero con il mondo esterno era il mio cellulare. Con gli stessi medici o infermieri non ci poteva essere dialogo, con quegli scafandri che indossavano per proteggersi».

SOLIDARIETÀ – Volpi racconta cosa gli lascia l’esperienza col Coronavirus: «Innanzitutto un segno di rispetto assoluto per quei miei colleghi, e purtroppo ce ne sono tanti, che non ce l’hanno fatta. E poi, mi sento di aggiungere: c’è una totale distanza tra la realtà vera e quella percepita, in questa tremenda storia. Solo chi ha visto con i propri occhi quanto accade dentro un ospedale di questi tempi, può davvero capire. La realtà è molto differente, molto lontana dai numeri quotidiani che ascoltiamo dai bollettini. E questo mio discorso vale per tutte le componenti, anche quelle sportive: il rischio è che si tenda a sottovalutare l’emergenza che stiamo ancora affrontando».

CAUTELA – Il dottor Volpi spiega come ripartire dopo il Coronavirus. «In un solo modo: siano le autorità scientifichee in Italia abbiamo delle eccellenzea dettare l’agenda. Il cronoprogramma spetta a loro e a nessun altro, siano loro a dirci se e quando riprendere l’attività. Poi in un secondo momento entreranno in gioco anche i medici sportivi, certo, con tutta l’attività di prevenzione. Tempi di ripresa? Non è giusto definirli ora, i tempi. Questa è un’emergenza che non può portare a ragionare sul lungo, ma neppure sul medio periodo. Guardi quel che è successo nell’ultimo mese: molte dichiarazioni, molte scadenze, sono poi state superate dai fatti, fino ad arrivare al lockdown. Ecco perché dico: non si pensi adesso a una data, ma si ragioni a strettissimo giro di posta. Si potrà valutare con certezza solo alla fine di aprile se sarà possibile davvero una ripresa».

PRIORITÀ – In chiusura, il professor Volpi dà uno sguardo su come ripartire dopo il Coronavirus, anche a livello calcistico: «Abbiamo a che fare con la salute, i rischi sono enormi, qui ci sono in ballo le vite delle persone. E nel caso di una squadra che deve giocare, ci sono sessanta o settanta famiglie da proteggere. Ci guidi la scienza, non altro».

Fonte: La Gazzetta dello Sport – Davide Stoppini


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