Ranocchia: “Periodo negativo non solo mio ma di tutta l’Inter”

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13 ottobre 2016, 00:36
Andrea Ranocchia Inter-Bologna

Tommaso Pellizzari ha intervistato Andrea Ranocchia per “Il Corriere della Sera”. Nel lungo percorso che ha rivisitato la carriera del difensore dell’Inter sono stati toccati tanti passaggi, dai suoi inizi in Serie C fino agli ultimi anni molto negativi, ma nonostante ciò l’ex Sampdoria spera di potersi riprendere.

IN CERCA DI RISCATTO«Posso solo dire che era molto tempo che non ci mettevo così tanto impegno. Credo che nella vita delle persone ci siano momenti in cui ti va tutto benissimo e si arriva all’apice. Poi arrivano le difficoltà. E lì ci sono due strade. Puoi smettere di lottare e migliorare. Oppure fai qualcosa per andare più in là. Arrivi a un punto in cui sopporti tante cose non positive. Se uso questo termine è perché a me è capitato, e ho deciso di abolire la parola “negativo”. Al massimo ci sono le cose non positive. E mi sono alzato da solo l’asticella verso cose migliori. Sento un pregiudizio su di me. Sembra che all’Inter non abbia vinto solo io. Ma il periodo negativo non è stato tutto e solo mio. È stato dell’Inter. In sei anni avrò visto passare un centinaio di giocatori. Oltre a tre presidenti e proprietari. Ma tutto questo cambierà».

AIUTO ESTERNO«Da tre mesi vado in un centro in cui mi seguono dal punto di vista fisico e psicologico. È lì che tiro di boxe, per esempio. E poi c’è una persona con cui parlo. Non è uno psicologo. È laureato in Fisioterapia ma è anche esperto di mental training. Parlare con lui mi è servito a capire che quasi niente nella vita è irrimediabile. E anche quello che lo è non è detto che sia un male. Puoi subire critiche, insulti, denigrazioni. Ma se lavori tantissimo, ti impegni, vesti una maglia che milioni di persone vorrebbero vestire (e sei pagato tanto per farlo), la tua famiglia sta bene: ecco, se hai consapevolezza piena di tutto questo, è meno difficile volgere in positivo le cose che non vanno. Perché l’ho fatto? Non c’è una ragione precisa. Una persona fa delle cose quando è pronta a farle. Io, per esempio, con tutto quello che mi è successo in carriera, ora so come fare a dare una mano, so che posso aiutare. Per esempio Geoffrey Kondogbia, che è molto introverso. Non esprime le sue emozioni, non parla molto. L’ho incoraggiato molto dopo la sostituzione nel primo tempo contro il Bologna. A Riccardo Montolivo ho scritto subito dopo l’infortunio e i messaggi di quelli che gli auguravano il peggio. Ha avuto una reazione da uomo. D’altronde, è il capitano del Milan. E da uomo intelligente. Io ho partecipato a una campagna contro il cyberbullismo, perché penso a tutti i ragazzi che non hanno la forza di reagire. Una soluzione non ce l’ho. Posso solo parlare per me, e dire che sono arrivato al punto che non è più un problema».

ESORDI«Sono retrocesso dalla B alla C con l’Arezzo di Antonio Conte. Ho iniziato a giocare negli anni del nonnismo pesante in spogliatoio, mentre ora è quasi sparito. C’erano Moris Carrozzieri, Elvis Abbruscato e Mirko Conte nell’Arezzo, avevo diciassette anni e come se non bastasse andavamo a giocare in campi terribili: l’Arezzo era la squadra più a nord del girone. Poi ho vinto un campionato di Serie B col Bari, sempre di Conte. Ho giocato in nazionale. Ho vinto una Coppa Italia con l’Inter, nel 2011. Sono stato indagato per scommesse e sono stato assolto. Sono stato capitano dell’Inter. Perché non lo sono più? Non c’è stato un motivo, sono tante cose, ma non mi va di dirle adesso. Forse a fine carriera. Ecco, aggiungiamo all’elenco che da capitano dell’Inter ho smesso di esserlo. Colpa di Roberto Mancini? No, con lui non ho mai litigato. Con me si è comportato bene, abbiamo sempre parlato molto, mi ha dato il via libera per andare alla Sampdoria quando volevo giocare ma è stato felice che tornassi all’Inter».

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Riccardo Spignesi

Studente (ancora per poco) all’Università Statale di Milano. Redattore anche per SpazioCalcio.it e BetClic, estremamente fissato con il calcio.