Mancini: “Inter ora ha base: non ho sbagliato, dispiace. Ritiro…”

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7 settembre 2016, 07:09
Mancini

Roberto Mancini torna a parlare di Inter a distanza di un mese dall’addio: nella prima parte della sua intervista rilasciata ai microfoni del “Corriere dello Sport” oggi in edicola, il tecnico jesino si difende dalle accuse mossegli da de Boer e non solo riguardo la preparazione estiva, oltre a confermare la sua natura di tifoso interista

DA ALLENATORE SI, DA CALCIATORE NO – La storia nerazzurra di Roberto Mancini inizia direttamente dalla panchina, dato che da calciatore non riuscì a vestire la maglia dell’Inter: «Questione di attimi, ma il feeling c’era eccome. Cragnotti fu più svelto, mi travolse, scelsi Roma d’istinto e ho vinto lo scudetto con la Lazio. A Milano ci sono andato dopo e sulla panchina ho centrato lo stesso obiettivo, aprendo il ciclo che poi Mourinho ha concluso con il Triplete. Penso sia andata bene così. A Cragnotti e a Moratti, intendo, oltre che a me, sia chiaro».

MANCINI BIS SENZA SUCCESSI – «Non voglio avere rimpianti o dire oggi che ho fatto male ad accettare. Era una sfida importante, sono convinto di non aver sbagliato a tornare a Milano. Purtroppo non ho concluso la missione, ma resta un’esperienza positiva. Sono stati fatti passi avanti molto importanti, oggi esiste una squadra base che prima non c’era. Ecco, mi dispiace di non aver terminato il lavoro come la prima volta. Ci siamo stretti la mano, da buoni amici. I rapporti restano buoni e non ho motivo di avere rancori contro il club nerazzurro, come penso loro non possano averne nei miei confronti. La risoluzione è stata consensuale, non siamo riusciti a imboccare la stessa strada per raggiungere gli obiettivi che l’Inter deve sempre avere davanti: lo scudetto e la Champions League. Resterò, ovviamente, un tifoso nerazzurro».

PREPARAZIONE ESTIVA ALL’ALTEZZA – «Preparazione non svolta? Sciocchezze, l’unica accusa su cui voglio rispondere. L’ultimo che mi ha tirato in ballo è stato Gullit. Era invidioso da giocatore, lo è anche adesso da disoccupato. Cosa sa lui per parlare del lavoro di un collega? All’Inter hanno i dati del lavoro fatto durante la preparazione: siamo nell’epoca moderna, ci sono i GPS, i computer, io ho uno staff di professionisti seri, nessuno può permettersi di denigrare il nostro piano. Ci sono i dati, i numeri, è tutto registrato. Non esiste, per chiarezza, una squadra pronta il 20 agosto. Ci vogliono sei o sette giornate, diciamo il mese di settembre, per essere al top. E questo vale per tutti. Fine del discorso e di una polemica strumentale».

L’INIZIO DELLA FINE – «Della seconda esperienza milanese forse vorrei cambiare il mese di gennaio (2016, ndr), quello in cui l’Inter ha avuto un black out totale. Purtroppo quando riapri un ciclo può capitare. Se qualche sconfitta fosse diventata un pareggio, probabilmente saremmo andati noi a fare il preliminare e non la Roma. Anche nel 2004 eravamo partiti a piccoli passi e poi siamo saliti al vertice per restarci».

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