Zenga: “Inter club della mia vita. Estate ’88 assurda! L’addio…”

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19 settembre 2016, 21:13
Zenga

Walter Zenga è il primo ospite di “Memorabilia”, trasmissione che va in onda su Inter Channel: lo storico portiere nerazzurro ripercorre la sua carriera, dalla gavetta alle vittorie con l’Inter per finire alla nuova vita da allenatore. Di seguito le dichiarazioni dell’Uomo Ragno, riportate dal sito ufficiale della società nerazzurra

DALLA GAVETTA ALLA MAGLIA DA TITOLARE – «L’Inter è indubbiamente il club della mia vita, ho avuto la fortuna di nascere, tifare e giocare nel club nerazzurro onorando questa maglia per ben 473 volte. Devo molto al mio primo allenatore, Giannino Radaelli. Mi ha insegnato il rispetto e l’educazione. Non cose semplici da tramandare, ma ti fanno capire che quello che stai facendo può essere utile per il resto della tua vita». Per Zenga inizia il periodo della gavetta: «Nel 1979 i giocatori della primavera venivano mandati in prestito, mi arrivò una telefonata e mi trovai sotto la sede dell’Inter con un biglietto per Napoli destinazione finale Salerno. Dopo di che sono andato a Savona e successivamente a San Benedetto del Tronto». Quattro anni dopo il ritorno all’Inter e subito la maglia da titolare: «Quell’anno ero il secondo di Bordon, e dopo qualche buona prestazione giocai la Coppa Italia e il Mundialito. A 23 anni diventai titolare con Radice in panchina. Anno dopo anno, in quella squadra, diventavamo sempre più forti anche perché molti di noi venivano dal settore giovanile, come ad esempio, oltre a me, Baresi, Bergomi e Ferri. Allora c’era un numero limitato di stranieri, per noi italiani era più facile sentirsi parte del club. Poi i tempi cambiano, e come oggi, si seguono altre strade».

DIFFICOLTÀ E VITTORIE – L’estate del 1988 segna l’inizio di un periodo particolare: «Dopo le Olimpiadi di Seul, che di fatto fecero slittare il campionato ad ottobre, l’inizio per noi non fu dei migliori. L’anno precedente volevo andare via dall’Inter ma prima di un derby perso 1-0 decisi di rinnovare. Quello è stato un campionato pazzesco, su 34 partite mantenni la porta inviolata per ben 21 volte. Avevo dei compagni di squadra che erano dei veri campioni. È stata una stagione incredibile, quest’anno non è paragonabile a nessun altro». Poi la Uefa vinta nel 1991 giocando una finale contro la Roma: «Erano tanti anni che non vincevamo, anche in quella stagione abbiamo preso pochissimi gol. Sentivamo sin dall’inizio la possibilità di vincere la coppa. Mi ricordo la prima partita giocata contro il Rapid Vienna sul neutro di Verona, all’ultimo minuto riesco a fare una doppia parata che ci mantiene in corsa. Avevamo la consapevolezza di poter vincere quel trofeo». Nel 1993-1994, una delle stagioni più strane della storia dell’Inter: «In quell’anno volevamo sempre vincere ma alla fine perdevamo molto spesso. Nella Coppa Uefa le cose andarono decisamente meglio che in campionato. Mi ricordo grandi vittorie come a Dortmund, la doppia sfida contro il Cagliari e la finale vinta contro il Salisburgo. In campionato fu davvero difficile, alla fine ci trovammo a lottare per non retrocedere». E a proposito di Salisburgo, fu proprio quella l’ultima partita in nerazzurro: «Non esisteva un modo migliore per dirsi addio. Sapevo da tempo che la Sampdoria era interessata a me, mi telefonò Mancini. Mi ricordo come se fosse ieri, entrai in campo nel pre-partita e tutto lo stadio iniziò ad urlare il mio nome. Questo mi diede la giusta carica per giocare un grande match. Da quella partita sono uscito da vincitore, riuscii a parare qualsiasi cosa». Poi arriva la Sampdoria, con Pagliuca che fece il percorso inverso: «Io a quell’epoca ero in cadere, Pagliuca era una giovane promessa. Non la presi bene, non mi era piaciuto come andarono le cose. Poi con il tempo me ne sono fatto una ragione, da allenatore ho dovuto fare delle scelte simili. Le esperienze negative devono essere metabolizzate e tramutate al fine di produrre delle positività».

CARRIERA DA ALLENATORE E SOGNO INTER – L’Uomo Ragno decide di iniziare la sua carriera da allenatore negli Stati Uniti: «Presi l’esperienza americana come opportunità. Proprio ieri parlavo con un mio collaboratore e pensavo che oggi devo pensare innanzitutto alle opportunità, non ai contratti. Dopo due mesi che allenavo negli Stati Uniti sono tornato a fare il giocatore, grazie alla MLS facendo il player-manager. Queste esperienze difficili per questioni linguistiche e culturali, mi hanno permesso di essere una persona che non porta invidia per nessuno e che riesce a guardare le cose in maniera differente rispetto a come le guardavo prima. Panchina dell’Inter? Ho avuto delle opportunità di allenare squadra in italia che però probabilmente non mi hanno dato la possibilità di essere preso in considerazione per allenare l’Inter. Detto ciò, questo pensiero rimarrà per sempre nella mia testa, ma credo che il tempo giusto sia ormai passato».

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Viviana Campiti

Viviana Campiti

Nata e cresciuta in Calabria, dove si laurea in Scienze dell'Educazione. Amante del calcio in tutte le sue forme, dalla Terza Categoria alla Serie A. Interista per predisposizione naturale e onestà intellettuale. Pazza come Maicon, passionale come Stankovic, fedele come Zanetti. Nel tempo libero ama il cinema, ma soprattutto scrivere.