Natalino: “Moratti numero uno, adesso sogno di…”

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27 aprile 2015, 19:26
Natalino

Classe ’92 calabrese, Felice Natalino, dopo il debutto nell’Inter di Benitez, ha dovuto smettere troppo presto con il calcio a causa di una cardiomiopatia aritmogena, una malattia genetica del cuore, la stessa che fu fatale per Piermario Morosini. Ecco la sua intervista in esclusiva al portale “Sportlive”.

TRA SOGNO E REALTA’ – Il sogno di Felice Natalino è quello di tornare, magari da allenatore, all’Inter, di cui è sempre stato tifoso e che non gli ha mai fatto mancare il suo supporto, sin da quando, in prestito al Crotone, fu fermato dai medici perché bisognava capire cosa avesse il suo giovane cuore. Oggi il ragazzo vive con un defibrillatore automatico nel petto, mentre studia proprio per diventare allenatore, gestendo con il padre la Scuola Calcio “A.S.D. Academy Lamezia”, in cui allena i giovani aspiranti calciatori.

L’ARRIVO ALL’INTER«Ero contento perché avevano speso tanto per me: significava che ci tenevano, ma a sedici anni non pensi molto a queste cose».

IDOLI NERAZZURRI«Come caratteristiche, mi piacevano molto Samuel e Chivu, che era veloce, forte e bravo con i piedi: anche a me piaceva giocare la palla. Poi m’ispiravo a Zanetti, anche come duttilità: potevo giocare a destra, nelle giovanili ero stato impiegato a centrocampo e da esterno».

IL RAPPORTO CON BENITEZ«Per me è stato un grande mister. Dava spazio ai giovani: era abituato con il calcio inglese, dove i ragazzi sono considerati calciatori “normali” e non promesse che non hanno esperienza. Giocavamo io, Biraghi, Coutinho, Biabiany».

IL DEBUTTO IN CHAMPIONS LEAGUE«Fu Bellissimo. Eravamo già qualificati e io entrai con loro avanti 2-0. Dovevo cercare di far bene: venivo dalla settimana in cui avevo sbagliato in occasione di un gol subito contro la Lazio e mi volevo rifare».

LO STOP FORZATO«Sono stato fermato dopo una semplice prova sotto sforzo. Era maggio e ricordo che dovevo andare a fare la tournée in Indonesia con l’Inter, ma non partii. Non ero ancora consapevole del mio problema, quindi mi allenavo da solo qui a Lamezia: sono stato fermo solo i primi due mesi, per vedere se poteva essere un problema relativo allo stress».

LA CRISI CARDIACA«Era la prima settimana del mese e mi trovavo con degli amici in un bar di Lamezia. Ero seduto, quando ho iniziato a sentire il cuore pulsare più velocemente. Per fortuna a quell’epoca ero già consapevole della mia situazione, così sono andato subito al pronto soccorso: dopo dieci minuti ho avuto proprio l’attacco cardiaco. Sono rimasto due giorni a Catanzaro, dove mi è stato impiantato un defibrillatore automatico, un “salvavita” che ho tuttora. Poi, però, ho avuto un’altra crisi: sono stato quindi trasferito a Milano con un aereo militare, perché a Catanzaro non riuscivano a fare l’intervento, chiamato ablazione: entrano con un sondino e bruciano la parte malata per ristabilire i battiti in maniera regolare».

LA SCELTA DI SMETTERE«In Europa avrei potuto giocare per una questione burocratica: le società ti fanno firmare una carta in cui ti assumi tutte le responsabilità e puoi andare in campo. In Italia, invece, c’è il medico sportivo che si prende l’onere di mandarti in campo. Ho smesso perché, comunque, avrei dovuto svolgere la mia attività con un defibrillatore automatico nel petto. In Germania c’è stato il caso di un ragazzo con problemi cardiaci che ha segnato in terza serie. Il medico però mi disse che se avessi sforzato di nuovo il cuore sarei potuto tornare alle condizioni di quel febbraio 2013. Non me la sono sentita e ho deciso quindi di smettere».

LA VICINANZA DELL’INTER«Mi ha aiutato economicamente, onorando l’anno e mezzo di contratto che ancora avevo. Un gesto, questo, che alcune società non farebbero mai. Sono ancora adesso a stretto contatto con loro: spero un giorno di tornare lì come allenatore o come osservatore».

LA FINALE DI CHAMPIONS SOGNATA«Ci sarebbero state tante gare in cui avrei voluto scendere in campo, ma ormai ricordo solo quello che ho fatto e sono contento così. Sarebbe straziante mettersi a pensare che avrei potuto affrontare il Barcellona o fare una finale mondiale. L’obiettivo era quello, giocare la finale di Champions o andare in Nazionale dopo aver fatto tutte le rappresentative giovanili. Poi, però, cambi prospettiva e inizi a pensare alla salute».

I MAESTRI NERAZZURRI«In quell’Inter c’erano Samuel, Lucio, Eto’o, Maicon. Non sapevi da dove iniziare, erano tutti fortissimi! Cercavo di prendere il massimo da ognuno».

INTER SEMPRE PRESENTE«In quel periodo mi chiamarono tutti: da Zanetti a Cordoba, da Moratti ad Ausilio».

GLI EX COMPAGNI SBOCCIATI«I migliori della classe ’92, con cui già ci conoscevamo in Nazionale, stanno giocando tutti tra la A e la Lega Pro: Perin, El Shaarawy, Crisetig, Longo, Bardi, Biraghi, Faraoni, Marcello Trotta che è all’Avellino, Fossati del Perugia».

LA LONTANANZA DAL CAMPO DI CALCIO«Mi manca giocare ad alti livelli e l’attività fisica. Per fortuna una partita a calcetto una volta a settimana con gli amici la faccio, ma ovviamente non è come stare in un campo a undici».

MORATTI NUMERO UNO«Di fronte a queste cose è difficile che qualcuno ti tratti male. L’Inter e Moratti si sono comportati con me da numeri uno».

IL PEGGIO E’ PASSATO«Si, ma per fortuna accanto a me ho avuto una famiglia che mi ha aiutato, la mia ragazza Alessia splendida come i miei amici e l’Inter che mi è stata vicino».