Biabiany:”Inter come una mamma, ma non ho ancora firmato”

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20 giugno 2015, 11:11
Biabiany

Ai microfoni della “Gazzetta dello Sport” parla Jonathan Biabiany. L’esterno francese è pronto a tornare in campo dopo i problemi al cuore e ha parlato della sua situazione, dei mesi passati e del futuro.

RITORNO – Jonathan Biabiany è pronto a tornare a giocare dopo un anno di stop per risolvere un’aritmia cardiaca. La “Gazzetta dello Sport” ha intervistato l’esterno ex Parma:

Biabiany, Cesena-Parma, 31 agosto 2014: le dice qualcosa? 
“Il giorno prima di scoprire l’aritmia. Sostituito a qualche minuto dalla fine, routine: nessun sintomo, niente di niente”.

Il giorno dopo visite mediche e il cazzotto nello stomaco: la sensazione che ricorda? 
“Doppio choc: niente Milan e il cuore ballerino. La prima cosa che chiesi fu: “Starò di nuovo bene?”, il calcio fu un pensiero successivo. Il professor Carù mi tranquillizzò subito, ma spiegandomi che sarebbe servito tempo”.

Otto mesi abbondanti: di cosa? 
“Anzitutto di pareri medici: cinque specialisti italiani e da ognuno test, esami, riscontri. Alcuni positivi, altri negativi: non si finiva più. Finché non sono andato a Boston dal professor Baggish”.

Perché fu una visita diversa dalle altre? 
“Anzitutto per il tipo di test sotto sforzo: 18 minuti di tapis roulant al 15% di pendenza, con una mascherina per le prove cardiopolmonari. Stress massimo, mai fatta una cosa del genere. E poi perché Baggish non sapeva neanche chi sono: assolutamente super partes, eppure mi ha detto le stesse identiche cose di Carù, togliendomi anzitutto ogni dubbio di salute. Un parere definitivo: ora sento di avere lo stesso profilo di rischio di una qualsiasi altra persona”. 

Quel giorno si è risentito un calciatore?
Non mi ero mai detto ‘Non giocherai mai più′, perché mi avevano sempre detto solo ‘Devi riposarti’. Ogni tanto penso che ho fatto un anno di vacanza non programmata e mi sono allungato la carriera. Penso che quando tornerò sarò più fresco: in fondo non ho corso poco nella mia carriera”. 

Non si era mai detto neanche: non giocherai più come prima?
No. Semmai: ho perso un anno che avrei potuto usare per migliorare. Ma non riesco a vedermi diverso da come sono”. 

Il momento peggiore? 
“Forse a novembre: pensavo di poter riprendere a dicembre, mi spiegarono che avrei dovuto aspettare almeno fine marzo. Un giorno di down , non di più: sono caraibico, io”. 

Paura di aver paura, quando tornerà a giocare? Paura che l’aritmia possa rifarsi viva? 
“No, credo sarò il solito cavallo pazzo. Io sono fatto così: o vado, o non vado. E visto che ho voglia di ricominciare ad andare lo farò senza paura, altrimenti meglio non giocare e basta”.

Quando succederà? 
“La fatica sta nel fatto di dover riprendere piano piano. Sono alla quarta settimana di corsa: un’ora al giorno, ogni giorno un po’ più intensa. A fine mese le prime verifiche in base ai monitoraggi quotidiani. A fine luglio-metà agosto spero di poter lavorare con una squadra”. 

Quale squadra?
“Si dice che non c’è due senza tre e infatti sono tornato per la terza volta all’Inter: per me è come una mamma, non una matrigna. Mi hanno trattato come un figlio, mi alleno a Interello, però non ho ancora firmato nulla: sono svincolato, si sono già interessati diversi club, ma la mia priorità adesso non è trovare una squadra. Anche se con Mancini mi sono già allenato quando ero in Primavera, e leggo che potrebbe giocare con il 4-2-3-1 o il 4-3-3″. 

E se l’Inter le dicesse: ti riprendiamo, ma ti mandiamo a giocare?
Non mi piace l’idea di un prestito: preferisco trovare una squadra dove fermarmi. Conto di sapere quale entro un mese, spero anche meno”. 

Cosa cambia dopo un’esperienza come la sua? 
“Cambiano le priorità, il modo di guardare alla vita. Dai più peso a certe cose: non potendomi godere lo stipendio del Parma, visto che non ne ho preso neanche uno, mi sono goduto la famiglia, ho dato più tempo di qualità alle persone a cui voglio bene. Il mio week end era il lunedì e ho scoperto com’è quello vero, com’è avere sempre la domenica libera. Ho fatto a tempo pieno il papà di Kelis e Joyce – tre anni e un anno e mezzo – e per loro mi sono messo anche a cucinare. E poi cambia che non dirò più come prima: ‘Corro finché le gambe me lo permettono’. Ora dirò: ‘Corro perché il cuore me lo permette’…”.