Sei personaggi in cerca d’autorete: il dramma dell’Inter 2017/18

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20 febbraio 2018, 23:23

La stagione dell’Inter 2017/18 si avvia verso l’ennesimo finale senza luce in fondo al tunnel, almeno mediaticamente (l’obiettivo Champions è ancora ampiamente raggiungibile), anche perché è già arrivato il momento in cui si cerca di individuare un colpevole giocando a puntare il dito per pugnalare la vittima designata. Quest’anno tocca a Spalletti, messo in mezzo tra sei personaggi che da tempo non prendono posizione per difendere un progetto tecnico sempre più illusorio: è un dramma pirandelliano

1. ERICK THOHIR – Il primo personaggio che entra in gioco vive a Giacarta, in Indonesia. Il suo ruolo è fondamentale perché si tratta del presidente, ma solo sulla carta. Da tutti è indicato come colui che ha acquistato l’Inter per ottenere una plusvalenza nelle proprie casse una volta cedute tutte le quote. Nulla di male, se non fosse che attualmente non ha nessuna voce in capitolo all’Inter, tranne la più importante: il diritto di veto. Non viene interpellato in nulla, quando si fa vedere a San Siro c’è spazio solo per le malelingue che lo segnalano come “gatto nero”, ma non si sforza nemmeno per provare a modificare la propria immagine pubblica: dell’Inter ormai non gliene frega nulla, però può opporsi a qualsiasi cambiamento perché è ancora il numero uno nelle gerarchie dell’organigramma. Va detto che, rispetto agli altri “stranieri” arrivati all’Inter, è quello che viaggia di più in direzione Milano e negli anni ha accolto dirigenti, allenatori e giocatori, fidelizzando con loro. Ha cambiato l’immagine dell’Inter da ditta familiare ad azienda internazionale, o meglio, ci ha provato. Fallendo con le tempistiche. Sicuramente è stato sfortunato nell’investimento perché malconsigliato dal suo predecessore e alla lunga ha perso sia la voglia sia la speranza di lottare per il “sogno italiano”, ma questa è un’altra (triste) storia. Adesso è tempo di fare chiarezza sul reale progetto Inter, con o senza quote. Grazie di tutto, ma forse è arrivata l’ora di farsi da parte. Il primo personaggio del dramma nerazzurro è Erick Thohir: il presidente assente che aspetta una ricca buonuscita per salutare tutti ed evitare i saltuari viaggi milanesi, tanto si sta così bene a Giacarta…

2. JINDONG ZHANG – Si vola dall’Indonesia alla Cina per presentare il secondo personaggio, che opera sul proprio business direttamente da Nanchino. Non gode del titolo “italianizzato” di presidente come Thohir, ma teoricamente viene anche prima del numero uno indonesiano in quanto proprietario delle quote di maggioranza: ecco lo chairman cinese, leader del Suning Group. Le differenze tra indonesiano e cinese non sono solo etniche e culturali, c’è di più: l’Inter in questo caso non è un impiccio di cui disfarsi al più presto, bensì un mezzo utile per farsi propaganda in Italia e in Europa, dove si vuole diffondere il Made in China a furia di vendere lavatrici griffate Suning. Anche qui nessun problema, tanto il passaggio dal Bivano al Microonde che cuoce il cibo a ogni cross azzeccato da Antonio Candreva era solo un passaggio di consegne atteso nel settore marketing dell’Inter. E poi palazzi su palazzi, più che un’azienda che vende al dettaglio elettrodomestici e altri prodotti elettronici sembra una ditta edile: la Muraglia Cinese rischia di diventare un vecchio ricordo, presto sullo skyline cinese ci sarà spazio solo per i Palazzi Suning. E il calcio? Ah sì, dettaglio secondario: interessa poco, la squadra di famiglia è il Jiangsu, l’Inter può aspettare. E a Milano non ci mette piede neanche per sbaglio. Qualcosa ha fatto eh, eccome se l’ha fatto: ha accelerato il progetto Thohir investendo qualche centesimo del suo fatturato ipermiliardario in vari settori, dalle sponsorizzazioni interne all’ammodernamento delle strutture, ma sul mercato poco e nulla. I colpi sono iniziati e finiti con Joao Mario e Gabriel “Gabigol” Barbosa, entrambi sbolognati immediatamente perché visti di cattivo occhio dalla dirigenza italiana precedente, che ha mandato in fumo milioni e una parvenza di progetto tecnico. Attenzione: giusto auto-finanziarsi dopo aver ripianato i debiti, però si è alla guida dell’Inter, non del Vodafone Cervia. Non ci sarebbero problemi se venisse chiesta pazienza ai tifosi, purtroppo però la comunicazione scarseggia e i dubbi aumentano, perché dalla Cina arrivano solo notizie contrastanti e nessuna speranza di mantenere le promesse fatte (riportare l’Inter nella Top Ten europea). Il secondo personaggio di questa storia è Jindong Zhang: il proprietario silenzioso che per non investire nell’Inter si nasconde dietro il blocco del Governo Cinese, pur fatturando più del 99,9% (periodico) dei suoi connazionali, ah che bella cosa vendere aria fritta dalla Cina…

3. JAVIER ZANETTI – Dalla Cina all’Italia passando attraverso l’Argentina, dov’è nato il terzo personaggio, che è sempre presente senza farsi vedere, è sempre in bella vista senza farsi sentire, è sempre ben ascoltato quando c’è da fare altro che non riguarda l’Inter. Da tutti viene chiamato ancora capitano, ma ufficialmente ricopre un altro ruolo: si tratta del vice-president, tradotto come vice-presidente e parafrasato come porta-borracce. Il compito più complicato affidatogli negli ultimi anni è stato quello di sorridere nelle foto durante le inaugurazioni delle Academy dell’Inter in giro per il mondo (sì, in Indonesia e in Cina vanno di gran moda, il prossimo obiettivo sarà conquistare lo Sri Lanka, la Jacuzia e i Territori del Nord Ovest). Le ultime esibizioni pubbliche sono state, in ordine: in un video pseudo-musicale con Fabio Rovazzi, Gianni Morandi e il tipo di “Saluta Andonio”; al campo di gioco dell’Inter Femminile con cui, non potendo scattare in campo sulla fascia per questioni di sesso, si diverte a scattare selfie con Regina Baresi e le altre calciatrici nerazzurre; in tribuna durante Genoa-Inter mentre mangiava un gelato – già squagliato, probabilmente preso dal congelatore ignorante di Marcelo Brozovic – in coppa piccola. Come nei precedenti casi, non sono questi i problemi: tutto ciò è sacrosanto, peccato che rappresentare l’Inter quando fa comodo è una cosa che può fare chiunque, metterci la faccia quando le cose vanno male – come ora – è da leader. E forse qualcuno non ha più voglia di presentarsi come leader, per non sfigurare agli occhi dei propri tifosi, che lo amano ciecamente oggi più di ieri. Il ruolo di ambasciatore è perfetto, si sa, ambasciatore non porta pena, ma forse sarebbe il caso di abbandonare la poltrona del “pupazzo dirigenziale” che nulla può e nulla deve, perché i soldi e le idee vengono messi da altre persone. Calciatore fantastico, persona meravigliosa, uomo da prendere come esempio nella vita, ma farsi prendere in giro così anche no. Il terzo personaggio del capolavoro nerazzurro è Javier Zanetti: il vice-presidente che si avvolge nel suo essere bandiera, che gli permette di scomparire come se fosse un mantello dell’invisibilità, salvo poi riapparire per dire che saranno tutte finali, a stagione compromessa, per illudere i tifosi che è tutto sotto controllo, sì come no…

4. STEVEN ZHANG – Siccome i viaggi intercontinentali sono piuttosto costosi in tempi di Fair Play Finanziario, si resta a Milano, ma con un pizzico di Made in China che non guasta mai perché il quarto personaggio raccoglie le caratteristiche dei suoi predecessori e poi si presenta di per sé. In linea generale si parla del figlio del proprietario, entrando nello specifico si tratta fondamentalmente di un burattino lasciato a Milano a gestire da vicino il giocattolo Inter, ma senza agire: l’unico da farsi consiste nell’osservare quello che (non) fanno gli altri, quelli che almeno hanno un titolo nell’organigramma o un posto nel Consiglio d’Amministrazione. E anche qui non c’è assolutamente niente di male, va benissimo così: i giovani calciatori devono farsi le ossa in provincia, figuriamoci i giovani dirigenti. Rispetto all’esperto padre, il rampollo della Famiglia Suning porta una ventata di gioventù che non può che far bene all’ambiente: gira per Milano con auto lussuosissime, ma rigorosamente verniciate di nerazzurro (probabilmente per simpatia nei confronti dell’Atalanta, i rapporti con la Famiglia Percassi infatti sono ottimi); omaggia il suo vice-president all’urlo di “Andiamo a comandare”, che Rovazzi quasi si emoziona e diventa un cantante per davvero; probabilmente ancora non mangia gelati, ma inizierà presto. E l’Inter? Come per il padre, come per gli altri: solo un business in via di sviluppo, magari in attesa che la società venga rinominata Football Club Internaziozhang Steven Suning. Non ha nessuna colpa eh, però si eviti di presentarlo come il sostituto del presidente lontano migliaia di chilometri, dato che la sua vita milanese non coincide con la programmazione dell’Inter, che quindi resta una società senza guida quando c’è da mettere in chiaro le cose e senza difesa quando c’è da respingere gli attacchi dall’esterno (o dall’interno…). Il quarto personaggio di questa farsa è Steven Zhang: il figlio del proprietario senza credibilità, un ragazzo molto simpatico, in pratica il Mao Moratti cinese, ma che spettacolo…

5. PIERO AUSILIO – Siccome a Milano si sta bene – e si sta bene, a certe cifre -, il quinto personaggio non può che essere un pezzo da novanta in questo dramma. E anche ammesso che non sia da novanta il pezzo, sicuramente si tratta del dipendente più chiacchierato degli ultimi anni: ecco il direttore sportivo, anche conosciuto come uomo-mercato. Il DS – che non significa “Di Suning”, attenzione ai dettagli – è all’Inter da tempi immemori, qualcuno sostiene che fosse presente sugli spalti nel 3-1 sul Real Madrid presso il “Prater” di Vienna, altri lo indicano come commensale presso “L’Orologio” nel giorno della fondazione, c’è chi assicura di averlo visto prendere appunti su un terzino sinistro austro-ungarico di madre prussiana durante un Inter-Sheffield della primavera 1858, ma Mario Sconcerti non conferma. In tutto ciò, appena arrivati, i cinesi gli hanno piazzato la badante Walter Sabatini (lui sì, DS “Di Suning”) per limitarne i movimenti scellerati sul mercato, il tutto invano: il DS dell’Inter ogni mese ha almeno un giorno con libertà di azione con la quale riesce a rinnovare contratti ai suoi amichetti, mentre nel tempo libero continua a dare notizie interne agli amici giornalisti. Almeno questo è quanto filtra, quanto si teme. Sabatini ci fuma sopra, ma la puzza di bruciato sta diventando insostenibile e forse inizia ad accorgersene più di uno. La cosa più bella è che non si tratta di un incompetente, anzi, fino a qualche mese fa era l’unico a masticare calcio nell’ambiente dell’Inter, solo che con il passare del tempo le cose sono cambiate: fare un buon mercato con un budget illimitato – o perlomeno con parecchi milioni – è piuttosto facile, può farlo un professionista del ruolo qualsiasi, il problema diventa fare un buon mercato senza budget e le pippe arrivate – e per di più strapagate – nelle ultime sessioni di mercato non si contano nemmeno, mentre i giocatori di talento, soprattutto se giovani, sono stati regalati a destra e manca con la giustificazione dei problemi di bilancio, delle plusvalenze da fare e le minusvalenza da evitare. Scuse? No, verità: l’Inter vive un periodo difficilissimo, ma si è pagati profumatamente per uscirne con intuito e progettualità. Roba che manca dal 2010: l’Inter non ha un progetto tecnico da quell’estate e ogni anno si parla di anno zero solo per posticipare la tabula rasa di società e squadra da attuare il prima possibile. Si perde forse la dignità nel lasciare la poltrona perché il compito richiesto non è realizzabile con basi economiche scarse? Sicuramente no, ma la poltrona è comoda. Il quinto personaggio del copione è Piero Ausilio: il direttore sportivo che spende e spande (male), ma guai ad assumersi le proprie responsabilità, guai ad ammettere che la rosa non è all’altezza degli obiettivi stagionali e soprattutto della secolare storia dell’Inter, guai a essere onesto (e credibile) con i propri tifosi, poi si rischia di passare da sportivo ad anti-sportivo…

6. ANDREA RANOCCHIA – Terminato l’excursus dirigenziale, si scende verso i piani bassi, quelli in cui si trovano gli spogliatoi, dove il sesto personaggio è rappresentativo di un gruppo ben più ampio, di cui è allo stesso tempo simbolo e vittima. Se c’è una persona da stimare nell’Inter di oggi, beh, quella è Andrea Ranocchia, sfigato per eccellenza fin dal 2011 ed eccezionale calamita di tutte le sfighe: viene nominato capitano da Ausilio perché gli ricorda Zanetti, ha la simpatia di Thohir, probabilmente anche quella dei due Zhang, ma ogni sei mesi viene regalato in prestito pur di non vederne l’ombra ad Appiano Gentile. Ah sì, nel frattempo ha perso la fascia di capitano in favore di Mauro Icardi (best friend di Zhang Jr, almeno in termini di luxury cars), ma questi dettagli non importano: nel 2018 è ancora all’Inter e, pur impegnandosi quando chiamato in causa dall’allenatore, le sciagure sono dietro l’angolo. Non è colpa sua, attenzione: Ranocchia merita rispetto, chi non lo merita è colui che lo mette nelle condizioni di fare danni. Anzi, coloro. Infatti, Ranocchia rappresenta la “morattata” per eccellenza: è il profilo perfetto per Massimo Moratti, il bravo ragazzo, educato, simpatico, reso milionario dallo stipendio preso all’Inter, che non riesce a cederlo altrove… e che con l’Inter non ha nulla a che fare, da anni ormai. Ranocchia è un prodotto perdente, simbolo di quest’Inter perdente su cui i già citati Moratti e Ausilio – aiutati negli anni da Thohir e Zhang, senza dimenticare il fondamentale contributo di Zanetti dentro e fuori dal campo – hanno messo una firma indelebile: da Samir Handanovic a Eder, passando per Danilo D’Ambrosio e compagnia. Tutti segnati dalla stessa mano e tutti contributori del destino dell’Inter: quello per cui la Champions League resta un miraggio, ma l’Europa League è una vergogna, quindi meglio fare in modo di arrivar sesti-settimi-ottavi, anche diciassettesimi se servisse…

… E POI C’E’ SPALLETTI – E allora perché il sesto personaggio del dramma pirandelliano è proprio Ranocchia? Ah già, in quanto calamita di sfiga, il tabellino di Genova porta il suo nome e ciò ha ispirato questa lunga tragicomica – più che drammaturgica – situazione. Sei personaggi in cerca d’autorete: Ranocchia con un’autorete (involontaria e causata dai suoi compagni di reparto, diciamolo) ha segnato la sconfitta dell’Inter contro il Genoa, gli altri cinque personaggi (Thohir, Zanetti, Ausilio e i due Zhang) con le loro autoreti gestionali stanno per segnare la fine dell’Inter. Non solo per la stagione 2017/18, il rischio è restare fuori dai giochi ancora per molto tempo. All’Inter, oggi, c’è solo una persona – persona, non personaggio – credibile. Uno che può dirsi interista, anche se fino a poco tempo fa era – per ovvi motivi – uno dei primi nemici per il tifoso interista. Il suo punto di vista gli permette di osservare tutti dal basso verso l’alto, perché è l’unico indicato dalla stampa come colpevole di questo fallimento: entra in gioco l’allenatore. Nemmeno dieci mesi fa è toccato pagare al collega Stefano Pioli, ma riavvolgendo il nastro la lista è lunga: Rafa Benitez, Gian Piero Gasperini, Claudio Ranieri, Andrea Stramaccioni, Walter Mazzarri, Frank de Boer. Non Leonardo (un non-allenatore che però stava simpatico a Moratti, già), che ha preferito andare via prima che gli venisse chiesto l’impossibile. Non Roberto Mancini, che ha fatto lo stesso appena sentito puzza di bruciato durante l’ultimo passaggio di proprietà. Non Stefano Vecchi, che è tornato ad allenare la Primavera evitando così di bruciarsi come i suoi predecessori. La persona da seguire oggi è Luciano Spalletti: allenatore capace, professionista esemplare, ma ormai vittima sacrificale del tritacarne nerazzurro. Abbandonato a se stesso, pur con l’obiettivo Champions ampiamente alla portata – nonostante una rosa inadeguata per qualità dei titolari, quantità delle riserve e carattere -, difficilmente Spalletti riuscirà a sopportare per altri tre mesi questo tipo di trattamento mediatico e probabilmente interno, quindi ecco ripresentarsi il bivio per l’Inter: esonero (con Vecchi traghettatore?) per scaricare le colpe sull’ennesimo allenatore oppure presa di posizione societaria (con Spalletti confermato anche per la prossima stagione, facendo saltare altre teste tra dirigenza e squadra). Nelle prossime settimane sapremo il finale, di certo sappiamo che è un dramma di cui non andare fieri, con rispetto parlando per il maestro Luigi Pirandello: “Sei personaggi in cerca d’autorete”.






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