Se il linguaggio del corpo ha un senso, quello di Mancini dice che…

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23 dicembre 2014, 12:33
mancini

Domenica sera ho avuto la possibilità di seguire da vicino la gara dell’Inter contro la Lazio a San Siro. Inviato con una collega allo stadio, abbiamo potuto visionare l’incontro dalla tribuna stampa e ascoltare le voci dei giornalisti della carta stampata e della televisione. Ovviamente la riflessione che voglio fare con voi oggi non sarà incentrata sulla nostra esperienza serale bensì mi focalizzerò su un aspetto che viene sempre trascurato dai media. Il linguaggio del corpo, questo sconosciuto. Siamo troppo abituati a parlare, raccontare, esternare tutto quello che ci passa per la mente in ogni momento della giornata. Chat, e-mail, sms…un’infinità di parole viaggia nella rete quotidianamente per portare i nostri pensieri e le nostre riflessioni a persone che immaginiamo siano interessate a quello che scriviamo e/o diciamo. Nessuno presta più attenzione al silenzio come elemento valorizzatore di una discussione. Chi non parla è percepito come timido o come scontroso, mai come persona riflessiva che pensa quello che dice. Quasi mai.

Tutto questo per dirvi che ho fatto un esperimento: ho osservato Roberto Mancini da una distanza non superiore ai due metri e mezzo. L’ho osservato durante la conferenza stampa post gara e ho prestato davvero poca attenzione alle sue parole ma ho analizzato attentamente le espressioni del suo volto e i movimenti del corpo. Secondo autorevoli studi, circa il 90% della comunicazione è dato dal “tono” delle frasi dette e, soprattutto, dal “come” le si dice. Solamente un 10% resta impresso all’ascoltatore di quello che viene detto. Le parole contano davvero poco.

E infatti quello che ha detto Mancini è poco più del solito discorso che si sente sempre dire in risposta alle consuete domande. Bla bla bla bla. Ma la postura del corpo del tecnico nerazzurro mi ha colpito: immobile e senza particolari aperture con le braccia, la mimica facciale sempre uguale e le mani che cercavano quasi di allontanare il microfono. La voce molto bassa, distante e leggera. I toni poco marcati come a sottolineare la poca voglia di rispondere alle domande e il desiderio che le sue risposte si perdessero nella sala stancamente. Il non avvicinare il microfono (specie se paragonato alla successiva conferenza di Pioli) mi è sembrato significare noia e distacco. Nessuna voglia di approfondire i temi di una partita in cui si è persa l’ennesima occasione di classifica e nessuna voglia di dire cose interessanti. Quella voce, quasi un sussurro, mi ha dato l’idea di un uomo che si rende conto di avere tra le mani una squadra con mille problemi e difficoltà. Un uomo che, forse per la prima volta nella sua carriera, sa di non poter contare su di una proprietà disposta a spendere ed investire cifre folli. E tutto questo lo affatica. Ho visto un Mancini a metà tra lo stanco ed il disinteressato, un uomo in mezzo ad un guado che credeva, erroneamente, fosse meno profondo.

Durante la partita, specie nel secondo tempo, ha colpito un po’ tutti il suo starsene seduto quasi tutta la frazione, poche istruzioni date ai suoi uomini tranne quella vincente di suggerire a Bonazzoli di calciare la punizione da cui è scaturito il goal del pareggio. Un Mancini distante anche in campo, questa la sensazione prevalente.

La squadra avrebbe bisogno di una sferzata, di una scossa, di una scarica di adrenalina che il Mancini della prima esperienza nerazzurra era in grado di infondere. Sono trascorsi dieci anni dall’inizio di quella avventura e la sensazione che ne ho ricavato è che Roberto si sia “imborghesito”, si sia calato troppo nella parte del manager in una realtà che ha bisogno di motivazioni forti, urla severe e allenamenti intensi. Il linguaggio del corpo mi fa pensare ad un Roberto pensieroso, non troppo “sul pezzo” e, forse, leggermente pentito di aver affrontato un’avventura che doveva e poteva presentare risvolti differenti.

Probabilmente, e me lo auguro, mi sbaglio e sono solo delle sensazioni epidermiche ma sono davvero rimasto colpito tanto da voler condividere con voi queste mie sensazioni.

Auguro a Roberto Mancini di ritrovare presto delle motivazioni che lo spingano a proseguire la sua avventura interista senza se e senza ma. Gli auguro, per il bene della squadra, di scrollarsi di dosso quella patina di “politically correct” che poco si addice ad un allenatore della nostra serie A.

Buon anno, mister, e auguri per un 2015 ricco di stimoli da ricevere e, soprattutto, da trasmettere!

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