Rewind: Mancini e l’Inter, un anno dopo

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14 novembre 2015, 00:00
Mancini

Era il 14 novembre di un anno fa, Walter Mazzarri veniva esonerato e sulla scottante panchina nerazzurra faceva il suo ritorno un uomo che l’Inter la conosce molto bene: Roberto Mancini. Tra lo stupore di tutti, tifosi e non, il Mancio decide di riprendere in mano la squadra nerazzurra a sei anni di distanza da quel chiacchierato esonero voluto da Massimo Moratti. Molte cose sono cambiate dalle parti di Appiano Gentile, dalla presidenza ai giocatori, e nemmeno lui è più lo stesso di pochi anni fa. Una sola cosa è rimasta invariata, la più importante: la sua ambizione. Proviamo a riavvolgere il nastro e rivivere le tappe fondamentali della seconda edizione del Mancini nerazzurro

AVVISTATO – Si parla da tempo di un possibile esonero di Walter Mazzarri, ma tutti pensano alle solite voci destabilizzanti e poco fondate. Il Presidente Erick Thohir ha da poco prolungato il contratto all’allenatore toscano e niente sembra in grado di fargli cambiare idea, anche perché la situazione economica dell’Inter non è florida e non permette di sostenere due allenatori sotto contratto. Almeno così sembra, fino a quando Roberto Mancini non viene avvistato sulle tribune dello stadio “Manuzzi”, in occasione appunto di Cesena-Inter. Era da un po’ che l’ex fantasista di Sampdoria e Lazio non si faceva vedere in giro, e dunque l’evento desta sicuramente sospetti e curiosità. ″Stai a vedere che…″ – sussurra la stampa sportiva nostrana. Ma ben pochi tifosi ci credono, anche se sotto sotto ci sperano.

MANCIO IS BACK – Così titola la ″Gazzetta dello Sport″ in prima pagina: Mancini è tornato. Incredibile ma vero, dopo aver allenato l’Inter dal 2004 al 2008 conquistando 3 Scudetti, 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane, l’allenatore marchigiano decide a sorpresa di rimettersi in gioco. E non lo fa con una squadra qualsiasi, bensì una squadra in cui ha vinto tanto, ed è sempre un rischio tornare dove si è fatto così bene. Ma a lui il coraggio non manca, e questo i tifosi interisti lo apprezzano tantissimo. Dunque, la stragrande maggioranza del tifo nerazzurro accoglie in maniera festosa il suo ritorno in panchina. Poi, in minoranza, ci sono quei tifosi che parlano di ″minestra riscaldata″. Dubbio lecito e consentito, i ritorni non sempre funzionano ma non è detto che debba essere questo il caso. A pochi giorni dal suo ritorno, il 27 novembre, Mancini raggiunge la soglia dei 50 anni e in un’intervista al ″Corriere dello Sport″ ammette: «A volte la vita è incredibile, se la sera dei miei 40 anni mi avessero detto che avrei festeggiato i 50 ancora a San Siro avrei preso tutti per matti, invece eccomi qua».

PRONTO, SONO ROBERTO… – Già, eccoci qua per la seconda volta. Non ci sono più Ibrahimovic, Vieira, Maicon e compagnia bella, ma Zanetti (e poi anche Stankovic) sì, seppur in altre vesti. La squadra che eredita Mancini è fatta di giocatori giovani e inesperti, alcuni promettenti altri molto al di sotto delle aspettative. Il lavoro non è semplice, all’allenatore viene chiesto di rimettere la squadra in carreggiata per un posto in zona Champions. Ma il terzo posto è lontanissimo e quasi nessun allenatore, subentrando a stagione in corso, è riuscito a fare il miracolo. Lui però dimostra di crederci, in maniera forse fin troppo ottimistica: «Se arriviamo terzi mi faccio il cammino di Santiago in bicicletta, io ci credo» – afferma il tecnico nerazzurro. I risultati sono però altalenanti, Mancini sperimenta e rischia (a volte troppo), si intravede un barlume di speranza in alcune incoraggianti prestazioni della squadra, che poi continua comunque a cadere nei suoi soliti errori. Le difficoltà sono tantissime, e lo stesso allenatore ammette di essere stato troppo ottimista. E allora cosa fa Mancini quando nemmeno la speranza basta più? Alza il telefono e chiama personalmente i giocatori con i quali a gennaio intende rinforzare la rosa. Risultato? Shaqiri, preso. Podolski, preso. Brozovic, preso. Santon, (ri)preso. Purtroppo quattro acquisti non basteranno per raggiungere l’obiettivo, la nuova Inter di Mancini chiuderà il campionato 2014/2015 all’ottavo posto con un misero bottino di 55 punti, di cui solo 39 conquistati dal nuovo allenatore. A questo punto si iniziano a tirare le prime conclusioni: da una parte gli ′accusatori′, che bocciano in maniera frettolosa l’operato di Mancini, sostenendo che da lui era lecito aspettarsi di più; dall’altra parte i ′difensivisti′, che ritengono inopportuno giudicare il lavoro di un allenatore che ha ereditato una squadra non sua, rimandando così qualsiasi giudizio alla stagione che verrà.

RIVOLUZIONE ESTIVA – La nuova stagione nerazzurra ha inizio con il ritorno a Riscone di Brunico per la preparazione estiva, fortemente voluto proprio da Mancini, che un po’ scaramanticamente ricorda come quel posto abbia sempre portato fortuna alla sua Inter. ″Niente è come esserci″ – recita lo slogan lanciato dalla società nerazzurra. Motto che probabilmente Mancini avrà insistentemente ripetuto a tutti i giocatori presenti sulla sua lista dei desideri, per convincerli appunto a sposare il suo progetto. Sì, perché se c’è un’arte che Mancini esercita benissimo è proprio quella della persuasione. E se n’è accorto anche Thohir, che ha assecondato le tante richieste del suo allenatore. Prima di tutto il ′Tycoon′ indonesiano ha acconsentito a cessioni eccellenti: Hernanes, il primo grande colpo della sua gestione, ceduto alla Juventus eterna rivale; Shaqiri, acquistato solo sei mesi prima a furor di popolo (e telefonate) proprio per accontentare Mancini, e ceduto a luglio allo Stoke City; e infine Kovacic, colui che doveva essere la futura stella dell’Inter, ceduto al Real Madrid per 35 milioni di euro tra i mugugni di molti tifosi. Scelte temerarie quelle dell’allenatore interista, che così facendo si prende delle enormi responsabilità, eliminando qualsiasi tipo di alibi: l’Inter deve raggiungere l’obiettivo, altrimenti la sua seconda missione nerazzurra può considerarsi un fallimento. Discorso che acquista una doppia valenza considerando i numerosi e prestigiosi acquisti: Kondogbia, Perisic, Jovetic, Miranda, Murillo, Biabiany, Montoya, Telles, Melo e Ljajic. Ecco gli uomini che Mancini ha esplicitamente richiesto e ottenuto, e con i quali ha ribaltato la squadra nerazzurra, che da insicura e timorosa è diventata tosta e competitiva. Questo dicono i fatti, almeno fino a questo momento.

1-0, PALLA AL CENTRO – Si può disquisire all’infinito sul gioco che latita, sulla manovra sterile, sugli 1-0 e sullo scarso spettacolo, ma non si può certamente negare che l’Inter sia finalmente tornata a combattere e credere nel proprio blasone. E questo è merito anche e soprattutto dell’allenatore, che ha trasmesso la mentalità giusta e ha trovato il coraggio di cambiare e rischiare per ottenere quei risultati che attualmente proiettano la sua squadra al primo posto in classifica, insieme alla Fiorentina. La buona sorte è dalla parte dei nerazzurri, è vero. Ma la fortuna aiuta gli audaci, è risaputo. La sua audacia, abbinata all’ambizione che da sempre lo caratterizza, fanno di Mancini l’antidoto migliore per questa Inter in cerca di rinascita. Le premesse al momento sono buone, e i risultati pure. Non è dato sapere dove può arrivare questa squadra, è troppo presto per dirlo. Ma certamente, a un anno esatto dal ritorno di Mancini all’Inter, sono più le cose positive che quelle negative. E chissà se questa volta l’allenatore nerazzurro potrà permettersi quel famoso giretto in bicicletta…