Il Natale interista che vorrei

Articolo di
24 dicembre 2014, 15:10
Inter Xmas

Natale trascina con sé i resoconti di un anno prossimo al suo compimento e le speranze affinché il nuovo anno possa vedere realizzati alcuni desideri che tutti noi coviamo.
Da tifosa ho tentato di scrivere un’immaginaria lettera a Babbo Natale (o chi per lui), provando a indicare quello che vorrei trovare sotto l’albero per un 2015 migliore di questo 2014 appena trascorso.

Il primo desiderio, in realtà, si è materializzato con un mese di anticipo. Avrei voluto un tecnico che si sposasse perfettamente con i nostri colori, con la nostra passione e con la nostra storia. Mi inquietava sentire i mass media compatti nel difendere il tecnico precedente: non ero abituata a un simile consenso verso un allenatore interista. Per me la “normalità” è Mourinho che “è sopravvalutato” o “Mancini che vince contro nessuno”. La complottista che giace in me mi portava a interrogarmi su eventuali secondi fini di questa improvvisa cascata di stima. Grazie perché, un secondo dopo che Roberto Mancini ha firmato per noi, si è diffusa la diceria di una clausola semestrale “Poi arriverà Mihajilovic, promuoveranno Vecchi, chiameranno un tecnico che in Indonesia si sta comportando molto bene”. Grazie perché so che trascorrerò i prossimi mesi a litigare coi tifosi avversari e con i miei stessi fratelli di tifo, per il nostro allenatore. Meglio una discussione ai sorrisi di vago compatimento o allo scoramento che ci rende tutti uguali. Grazie per il ritorno del Mancio.

Il secondo desiderio è che i programmi della Società possano procedere secondo quanto ci è stato prospettato fin dall’insediamento della nuova dirigenza e che Michael Bolingbroke ha illustrato dettagliatamente una settimana fa. La prima campagna acquisti del Presidente Thohir si è concentrata sull’acquisto dei dirigenti: parrebbe una scelta poco redditizia rapportata al presente, ma sono sicura che i frutti verranno raccolti nel lungo periodo. Vorrei che tutti questi volti nuovi possano realmente trasportare l’Inter verso una nuova dimensione e che riescano a trasformare le perplessità e le celie di molti addetti ai lavori in un’ammirata invidia. Io voglio crederci, sebbene l’opinione di molti sia che in in Italia non sarà mai possibile sposare il calcio e l’impresa. Voglio crederci perché il calcio, in questo caso, potrebbe, per una volta, rappresentare un esempio su cui costruire qualcosa per la rinascita di un Paese sempre più depresso e racchiuso in se stesso. Voglio crederci perché ci chiamiamo Internazionale e, a volte, è vero che in un nome è racchiuso un destino.

Il terzo desiderio si rivolge ai giocatori. Non amo la retorica sull’attaccamento alla maglia e alla tifoseria: sono abbastanza adulta e cinica per sapere che ciò che per noi è una passione, per i professionisti si riduce a un lavoro. Non chiedo baci o dediche alla curva, chiedo semplicemente di dimostrare professionalità e desiderio di migliorarsi e migliorare la squadra. Vorrei si ricordassero che per un tifoso è (quasi) meglio una sconfitta in cui ha visto i “suoi” ragazzi sputare l’anima in campo, che un pareggio chiaramente accomodato con gli avversari per non farsi male vicendevolmente.

Il quarto desiderio riguarda noi tifosi. Se potessi, vorrei spazzare via con il nuovo anno tanti luoghi comuni che si sono posati sulla testa di noi interisti come polvere in un solaio abbandonato. Vorrei non dover più leggere editoriali sul tifoso nerazzurro che “non ha pazienza”. Noi interisti siamo pazienti, lo abbiamo dimostrato negli anni in cui in ogni stadio ci cantavano “Non vincete mai” (e che dolce e ironico contrappasso fu sentirlo intonare all’arrivo in aeroporto della squadra che recava in dono la Champions appena conquistata a Madrid) e lo abbiamo ribadito in questo ultimo triennio.
Noi interisti siamo pazienti, ma non amiamo essere presi in giro: preferiamo una società che ci spieghi esplicitamente che ora dovremo attraversare un momento di transizione a interviste in cui si annuncia che vinceremo tutto… grazie ai parametri zero.
Vorrei inoltre cancellare la filosofia del Perdentismo felice. Noi interisti amiamo vincere, come tutti, ma non pensiamo che “la vittoria sia l’unica cosa che conti”. Conta il modo in cui la si raggiunge, ma nessuno, fidatevi, è diventato interista ripetendosi “Dai, speriamo di perdere la Champions in finale, magari con un gol al 93° che è più divertente ancora”.

Infine, con il nuovo anno, vorrei poter evitare di leggere notizie come questa. Non vorrei scadere in un ampolloso trombonismo, ma il calcio dovrebbe rimanere un passatempo avvincente e bellissimo, uno sport capace di far provare a tante persone diverse la sensazione di essere unite. Ci dividono i colori, ci unisce la passione, ma nessuno è migliore o peggiore perché tifa per una squadra o per un’altra.
Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.
– William Shakespeare –