L’allenatore dell’Inter e il massacro (preventivo) dello straniero

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5 novembre 2016, 12:00
Panchina Inter

Sono ore frenetiche in casa Inter per quanto riguarda la scelta del nuovo allenatore, con Stefano Pioli e Marcelino García Toral in prima fila per raccogliere l’eredità di Frank de Boer ma senza escludere ulteriori ribaltoni. Nell’infinita serie di notizie e commenti su un tema ancora di difficile soluzione, tuttavia, c’è una linea comune che si legge e si sente con frequenza: il totale rifiuto di un’ipotesi straniera. Ma è davvero così importante?

ITALIANO È MEGLIO? Stefano Pioli o Marcelino García Toral? Francesco Guidolin o Guus Hiddink? Walter Zenga o Vítor Pereira? Andrea Mandorlini o Marco Silva? La corsa per l’allenatore dell’Inter è in pieno svolgimento, fra incontri a Milano con i rappresentanti Suning e la presenza più o meno ingombrante di Kia Joorabchian. Da martedì mattina, quando è diventato ufficiale l’esonero di Frank de Boer, si sono susseguiti diversi nomi, ma ora la lista sembra essersi ristretta a due contendenti, l’ex allenatore della Lazio e l’ex tecnico del Villarreal. Come nei confronti dell’olandese si è messa in moto una campagna bizzarra, nella quale la critica principale mossa verso Marcelino (o Hiddink, o Vítor Pereira, o un qualsiasi altro allenatore che rientra in tale categoria) è la sua nazionalità. La motivazione è sempre la stessa della noiosa questione sulla rosa composta in gran parte da giocatori non italiani, con alcune leggere variazioni sul tema: straniero è brutto, straniero è inutile, straniero è dannoso, tanto da far rischiare all’Inter la Serie B peggio della stagione 1993-1994, dove la salvezza aritmetica arrivò all’ultima giornata sotto la guida del traghettatore italiano Gianpiero Marini, subentrato a Osvaldo Bagnoli e capace di conquistare la Coppa UEFA pur rischiando un’ingloriosa retrocessione. Qualcuno si è spinto oltre, condannando a prescindere ogni nome straniero ed elogiando a dismisura tutti i candidati italiani: sembra quasi che le candidature per la panchina nerazzurra debbano essere vagliate solo guardando la carta d’identità, scartando a prescindere chi ha avuto la “sfortuna” di nascere oltre il confine di Chiasso o di Ventimiglia. Eppure le cose non dovrebbero essere valutate così…

PREMESSA SBAGLIATA – C’è chi dice che il nuovo allenatore dell’Inter dev’essere un attento conoscitore del campionato italiano, perché deve sapere come affrontare (soprattutto a livello tattico) squadre come Atalanta, Chievo o Genoa. Discorso che non fa una piega, e che anzi deve essere tenuto in grande considerazione da chi prenderà la decisione finale sul successore di de Boer, ma non esclude per forza una soluzione straniera. Per smentire quest’affermazione basta fare un rapido confronto sul passato interista: prima di de Boer in panchina sono passati cinque italiani, tutti (tranne Andrea Stramaccioni) dal curriculum rispettabile e in certi casi definiti “maestri di tattica”, ma hanno drammaticamente fallito senza portare a casa né un trofeo né una qualificazione in Champions League, mentre ognuno dei tre precedenti stranieri (José Mourinho, Rafa Benítez e Leonardo) aveva messo qualcosa in bacheca. Esistono tanti tecnici all’estero che studiano i principali campionati europei, Serie A inclusa, andando a verificare anche dal vivo le peculiarità di ciascuna lega e adattando le loro idee a seconda della situazione in cui si vengono a trovare (l’ambientamento di Jürgen Klopp al Liverpool, per fare l’esempio più lampante, sta seguendo questo schema). Nel 2016, poi, chiunque allena per lavoro ha un suo staff e una figura che aiuta nello studio degli avversari, perciò non può essere certo un problema farsi un’idea dei vari campionati seguendo le partite che puntualmente vengono trasmesse anche fuori dall’Italia. Sembra quasi che ci sia la “paura” che un tecnico non passato dal corso di Coverciano possa arrivare in Serie A con delle idee diverse e riuscire ad affermarsi, magari puntando su uno stile differente e senza privilegiare il tatticismo sfrenato di certe formazioni di bassa classifica. Frank de Boer ci ha provato sfidando un massacro concettuale per molti versi vergognoso, finendo tuttavia per crollare sotto i risultati negativi, ma è doveroso far notare come l’olandese abbia lasciato l’Inter come terza squadra per numero di tiri subiti (soltanto Juventus e Napoli ne hanno presi di meno), quindi di certo non è stato così spregiudicato come molti hanno detto. A questo punto c’è solo una domanda da fare: quali caratteristiche deve avere la persona che prenderà il posto di Stefano Vecchi dopo la sosta?

CAPACITÀ REALI – Il nuovo allenatore dell’Inter dev’essere prima di tutto bravo (condizione non banale: si sono fatti nomi di persone improponibili per rendimento in panchina), poi dev’essere in grado di adattarsi senza difficoltà a una realtà complicata come quella attuale (anche a livello tattico, senza avere un modulo dogma) e infine deve avere la capacità di saper gestire una situazione di forte pressione, perché a oggi i risultati dicono dodicesimo posto in Serie A, eliminazione virtuale dall’Europa League e un trittico da brividi in campionato dopo la sosta con Milan, Fiorentina e Napoli. È necessario che sia un profilo di grande carisma, preferibilmente con un qualche risultato già ottenuto in carriera, perché non avrà certo a che fare con un gruppo semplice, visto che nell’era de Boer più di un giocatore ha manifestato una certa insofferenza sia in campo sia negli allenamenti (e c’è chi aveva fatto lo stesso con Roberto Mancini, quindi non era solo un’esclusiva dell’olandese) e che soprattutto molti degli attuali componenti della rosa dell’Inter sono palesemente inadeguati al ruolo, come dimostrato per l’ennesima volta giovedì a Southampton. Sulla rosa de Boer aveva iniziato un processo di pulizia dell’organico, escludendo giocatori a suo avviso non consoni al progetto, e questo dovrà essere fatto anche dal prossimo tecnico, specialmente in vista di gennaio quando bisognerà sfoltire certi reparti e rinforzarne altri, cosa che doveva essere già fatta in estate ma che per colpe sia dello staff tecnico sia della dirigenza è stata accantonata senza un reale motivo, arrivando ad avere una prima squadra composta da ventinove giocatori. Infine non dev’essere un traghettatore, parola già di suo brutta ma che vorrebbe dire abbandonare qualsiasi velleità per la stagione in corso a novembre, anche perché non esiste alcuna certezza sul fatto che nel 2017 arrivi Diego Pablo Simeone (a proposito: è straniero pure lui, come la mettiamo?), che per lo status assunto negli anni all’Atlético Madrid avrebbe solo da perdere accettando un’Inter sfaldata sotto tutti i punti di vista come quella attuale. Chi rispecchia queste caratteristiche può essere italiano o può provenire da qualsiasi parte del mondo, ma avrà senza dubbio le carte in regola per non sfigurare e non essere visto come uno di passaggio. A patto che la squadra lo segua e che la società non lo lasci da solo, altrimenti si andrà incontro a un altro fallimento fragoroso.

P.S.: il problema principale dell’Inter non è l’allenatore. Da cinque anni si vivono stagioni da dimenticare con tanti avvicendamenti in panchina, perciò sarebbe corretto che chi di dovere faccia un’analisi molto più profonda delle difficoltà ataviche dentro e fuori dal campo. Continuare a dare sempre e solo le colpe al tecnico di turno non risolverà mai la situazione, perché non è che cambiando la guida si evita di subire tre autogol nel giro di un mese…

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Riccardo Spignesi

Studente (ancora per poco) all’Università Statale di Milano. Redattore anche per SpazioCalcio.it e BetClic, estremamente fissato con il calcio.