Il tifoso dell’Inter è perdente per natura: grazie Frank de Boer

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1 novembre 2016, 14:00
de Boer

Finalmente giustizia è stata fatta: l’Inter ha deciso di togliere l’Inter a de Boer! L’Inter, intesa come società, ovvero quella parte di “tifo” che investe i propri soldi in un progetto imprenditoriale tanto dispendioso quanto confusionario. Dal punto di vista del tifoso dell’Inter, invece, la gestione de Boer rappresenta un fallimento totale che fa ricadere l’amata Inter nel baratro più buio degli ultimi anni dopo l’illusione estiva. Quello di de Boer è probabilmente uno degli esoneri più meritati dal punto di vista dei risultati sul campo, ma il meno voluto dai tifosi, forse il più combattuto: questo paradosso de Boeriano riporta l’Inter e i suoi tifosi con i piedi per terra, permettendoci di ritrovare il senso del nostro folle amore per questi colori

ALLENATORI, SOLO NOMI – Fondamentalmente, al tifoso dell’Inter non interessa chi siede sulla panchina. Né come ci siede, se per meriti o per raccomandazione di qualche folle con credito all’interno della società. Non gli interessa se gioca con la difesa a tre o con quella a quattro, se a centrocampo usa il rombo o il trapezio, se in attacco schiera il falso nove o il falso magro, alla fine basta buttarla dentro e far saltare in piedi la gente allo stadio e sul divano. Al tifoso dell’Inter non interessa(va) minimamente che Frank de Boer diventi il nuovo Helenio Herrera né il José Mourinho olandese. Al tifoso dell’Inter non interessava neanche che Mourinho diventasse l’Herrera portoghese o che Roberto Mancini annientasse il record di Giovanni Trapattoni sulla panchina dell’Inter, tanto si parlerà sempre di Inter dei Record I e II. Il tifoso dell’Inter non cerca una Grande Inter bis, si può essere grandi in altri modi, vincendo. C’è chi si è illuso che Andrea Stramaccioni potesse diventare il nuovo Arrigo Sacchi nerazzurro per aver vinto – soffrendo – una Next Generation Series (la versione tarocca della UEFA Youth League odierna) con la Primavera, chi pensava che Walter Mazzarri (e ancor prima Gian Piero Gasperini) avrebbe abbandonato il suo credo tattico per il bene dell’Inter anziché continuare a trattare il calcio con un atteggiamento così talebano da essere ancora oggi temuto dall’ISIS. E dirò di più: c’è addirittura qualche tifoso dell’Inter che ha creduto a Massimo Moratti quando – dopo aver alzato al cielo il Mondiale per Club con Rafa Benitez in panchina – ha presentato Leonardo come allenatore. Nella storia dell’Inter sono passati allenatori – bravi e meno bravi -, ma anche un non allenatore come il brasiliano ex Milan e Paris Saint-Germain. Dunque, perché preoccuparsi di e per de Boer? L’olandese è solo un altro che arriva e fa le valigie troppo presto a causa di risultati che tardano ad arrivare per colpe da attribuire a tutti. Si sa, però, che è più facile far saltare una testa (quella dell’allenatore) anziché buttare nel cestino venticinque mele marce tra dirigenti, giocatori e – udite, udite – ex azionisti/dipendenti oggi chiacchieroni da bar e salotti più o meno sportivi. Perché è questo il primo male dell’Inter: chi parla e giudica qualsiasi scelta fatta in casa nerazzurra, sentendosi in dovere di farlo, ma senza avere alcuna voce in capitolo (ogni riferimento a marciapiedi o gommisti è puramente casuale). E sia chiaro: il tifoso dell’Inter non gode dei propri fallimenti societari, compresa la scelta (sbagliata?) dell’allenatore, ma è abituato ad affrontare momenti così turbolenti. Momenti che, storicamente, non hanno mai portato a nulla di buono per il prosieguo stagionale, chissà che il post-de Boer non faccia cambiare questa inerzia in casa Inter. Si può dire tranquillamente che il tifoso dell’Inter ha già accettato e maturato l’ennesima sconfitta degli ultimi anni, ma inizia già da ora a reagire e sognare un futuro più roseo: il fantasma di Diego Simeone aleggia con troppa convinzione e qualcuno rischia di farsi male, ma essere interisti è anche questo. Soprattutto questo.

ADDIO CALCIO OLANDESE – Il 1° novembre cristiano si festeggia l’Ognissanti, compreso San Frank (San Franco per i più tradizionali, San Francesco per i pignoli), ma attenzione: de Boer non è un santo né un martire, sa bene di avere delle colpe e sapeva benissimo di avere molto meno tempo a disposizione di quello che gli avevano fatto credere. L’olandese non è stato esonerato solo perché la sua auto non monta pneumatici Pirelli, piuttosto – oltre ai pessimi risultati – pesa la gestione del talento Gabriel “Gabigol” Barbosa, che la nuova Inter ha anteposto agli obiettivi della squadra. Meno di settantadue ore fa Piero Ausilio e tutta l’Inter hanno confermato la fiducia a de Boer, in realtà avevano già prenotato abito, bara e chiesa per la funzione. La società Inter ha deciso di inaugurare il suo 1° novembre 2016 anticipando il funerale calcistico di de Boer (che magari stava aspettando il più adatto 2 novembre…), fornendo il benservito al tecnico olandese, che lascia Milano e l’Italia non a testa alta, di più. De Boer non sarà riuscito a imporre la sua filosofia di gioco, quel projetto di cui ha parlato fin dal primo giorno, ma ai tifosi dell’Inter – almeno oggi – questo non interessa. De Boer, nell’ampio arco delle sue numerosissime sconfitte alla guida dell’Inter (in pratica una partita su due), è riuscito a uscire vincitore laddove nessun altro in questi ultimi sei anni è riuscito a imporsi dal punto di vista squisitamente umano, proprio perché del de Boer-allenatore frega zero a tutti. De Boer è arrivato in Italia da professionista, parlando in anglo-ispanico-olandese, e se ne va da tale dopo aver studiato e appreso gran parte della lingua italiana di base, necessaria per ordinare un caffè, chiamare un taxi, rispondere con cortesia e ovviamente allenare, ma forse ha imparato pochissimo su come comportarsi da stronzo straniero in un Paese ignorante e razzista come l’Italia calcistica odierna. Trattato come un diverso, come un inetto. Preso in giro e insultato da gran parte della categoria “giornalisti”, sbeffeggiato sia sulla carta stampata sia in televisione, de Boer ha solo incassato senza mai reagire: no, non lo ha fatto perché non capisce l’italiano, bensì perché è un signore. Un professionista esemplare, a differenza di altri sedicenti tali. Un uomo da ammirare e da cui poter imparare qualcosa a livello di dignità umana e rispetto, invece per quanto riguarda la tattica si può anche by-passare: de Boer non è venuto in Italia per insegnare calcio, ma semplicemente per provare a impostare il proprio credo anche qui. E quando si parla di calcio olandese, è normale avere aspettative altissime, purtroppo è andata male (per motivi extra-de Boer, telefonare ai giocatori ore pasti). Perfino Mourinho ha costruito i suoi successi nerazzurri partendo da un 4-3-3 fallimentare, ma aveva più crediti da spendere rispetto all’uno-nessuno-centomila olandese. Si tratta di una sconfitta culturale dell’Italia e non di de Boer: lo stivale non è ancora pronto ad accogliere profili simili in ambito lavorativo, meglio puntare sulle minestre riscaldate nate e cresciute nelle scuole calcio tricolori. Aveva bisogno di tempo e fiducia, se ne torna in Olanda con un calcio nel sedere: de Boer è stato preso per il culo dall’Italia e dall’Inter, ma anche i tifosi dell’Inter si sentono trattati allo stesso modo.

TUTTI CONTRO TUTTI – Con il suo fare da lavoratore umile e umano, facendo trasparire anche quella debolezza e sensibilità di una povera bestia lasciata al suo destino da una società allo sbando, de Boer è riuscito a unire un’intera tifoseria, spaccata in questo preciso periodo come non mai in oltre 108 anni di storia: se l’Inter è pazza, i tifosi dell’Inter sono senza speranza. La scissione ha inizio al vertice: le vedove di Moratti si scontrano con le nuove leve dell’Inter cinese firmata Suning, in pratica Jindong Zhang è già diventato uno di famiglia e Fozza Inda è la nuova colonna sonora della nostra vita; ma c’è anche Erick Thohir eh, che dalla sua ha solo la fetta degli anti-morattiani, probabilmente è più schifato dagli interisti che dalle altre tifoserie; tra i tifosi dirigenziali si fa la sfida a chi ce l’ha più lungo tra l’italianissimo Ausilio e uno dei tanti stranieri arrivati in questi anni, tutti con ruoli così complessi che viene il dubbio che diano semplicemente una mano in cucina tra Chief Executive di qualcosa e Chief Carlo Cracco Revenue; l’apice si tocca proprio in panchina, dove tifosi rimasti con la testa al 2010 paragonano ogni Inter a quella del Triplete, insultando così tutti i tecnici il cui nome non inizia per J e finisce per osemourinho, ma per fortuna Marco Tardelli riporta tutti sulla retta via e si becca più insulti di tutti quelli passati per Appiano Gentile dal ’95 in poi; e infine si parla di giocatori, anzi di capitani, perché Mauro Icardi che a 23 anni scrive un libro di fiabe è un capitano indegno, invece Javier Zanetti (a cui oggi fanno fare il Vice-President senza e finale con le stesse motivazioni con cui Milly Moratti anni fa faceva il Direttore Artistic-o) era un capolavoro di capitano a guai a chi lo tocca. All’Inter si vive costantemente questa condizione di guerra aperta, l’apice si è raggiunto in Inter-Cagliari quando la parte nobile di San Siro si è scontrata con la “Curva Nord” proprio sulla vicenda cori-fischi-insulti-striscioni per Icardi e famiglia. In tutto questo caos ambientale, svetta la figura di de Boer: l’allenatore che perderebbe anche se giocasse da solo, ma riesce a battere la Juventus in rimonta e – soprattutto – è capace di raccogliere tutti i consensi della tifoseria nerazzurra su come dev’essere un allenatore degno di rappresentare l’Inter. Perché de Boer questo è: un allenatore degno (non un fenomeno, anzi le sue lacune a livello di lettura tattica della partita sono imbarazzanti), arrivato all’Inter nel momento più sbagliato della sua storia. De Boer ha creato empatia con l’unico ambiente puro rimasto all’Inter, quello dove i soldi sono spesi per seguire undici maledetti – che fanno finta di inseguire un pallone sferico – anziché per aumentare il proprio fatturato aziendale: la figura del de Boer-sfigato è entrata nei cuori dei tifosi nerazzurri, che guardano oltre i risultati della squadra. E’ il de Boer-uomo a essere da Inter come i suoi tifosi, splendidi anche nelle sconfitte. Arriveranno tempi migliori, come sempre. Ce lo meritiamo.

PRO-DE BOER = ANTI-SOCIETA’ – Il fatto che de Boer abbia unito tutto il tifo dell’Inter (in realtà non tutto, è sempre dominante la fazione che non riesce a respirare se non vomita odio e insulti per allenatori, giocatori, società e altri tifosi che hanno un punto di vista differente) nonostante i pessimi risultati stagionali è un messaggio forte che i sostenitori nerazzurri mandano da settimane alla propria società, che invece fa – come di consueto in questi casi – orecchie da mercanti. L’hashtag #IoStoConDeBoer è nato molto prima che si concretizzasse l’esonero, ma solo perché #IoNonStoConQuestaSocietàDiPagliacci occupava già due terzi dello spazio disponibile per scrivere su Twitter. I tifosi dell’Inter, più che essere con de Boer, sono avversi a questa società: c’è voglia di chiarezza e serietà, il tempo di giocare con le figurine è terminato da quando Sergio Volpi e Paolo Poggi sono finiti a “Chi l’ha visto?”. De Boer, infatti, non piaceva praticamente a nessuno appena arrivato ad agosto, ma in poche settimane è riuscito a prendersi la stima dei propri tifosi: senza vincere, continuando a lavorare sodo su un qualcosa di indecifrabile chiamato Inter post-cambio di proprietà, post-cambio di allenatore, post-cambio di giocatori sul mercato (senza interpellare il tecnico). E poi, cosa più importante, de Boer si è immedesimato perfettamente nell’essere interista in un ambiente di fenomeni, gli stessi fenomeni che sono spariti dopo lo scoppio dello scandalo “Calciopoli“, ma che adesso sono tornati più forti e arroganti di prima. No, non parlo della Juventus e dei suoi tifosi, il “nemico” storico dell’Inter è rappresentato dalla già citata stampa, che in Italia non sarà mai super partes. In anni di calcio, mai mi era capitato di vedere un allenatore deriso mentre risponde a una domanda post-partita. Mai mi era capitato di sentire: “Togliete la parola a de Boer” nel bel mezzo di una risposta, in modo da dar voce a un opinionista invitato a denigrare il tecnico olandese dell’Inter, ormai ex. Mai mi era capitato di vedere, per due settimane di fila, l’intervista dell’allenatore dell’Inter in differita senza “domande da studio”, come se fosse scomodo fargli spiegare cosa ha funzionato (nella vittoria) e cosa è andato male (nella sconfitta). De Boer in Italia è stato soprattutto questo: un pupazzo, ma talmente superiore da umiliare tutti questi professoroni sia stando in silenzio sia rispondendo in multilingua. In tutto questo marasma non ha mai perso de Boer, ma sempre e solo l’Inter: la paradossale società in primis, poi a seguire i giocatori più mercenari del secolo, tutti portafogli e zero cuore. L’Inter è prima di tutto sincera passione, quella di oggi non è l’Inter che conosciamo noi in nessuno dei suoi aspetti: de Boer rappresentava l’eccezione. Un’eccezione perdente, ma pur sempre un’eccezione da Inter: è questo il carattere più significativo e bello del DNA nerazzurro.

GRAZIE FRANK – Il celebre Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta è il motto della Juventus, un motto anche corretto per quanto riguarda la competizione sportiva: rappresenta al meglio lo stile Juventus, ma non ha nulla a che vedere con lo stile Inter. Uno stile contraddistinto da alti e bassi, vittorie e sconfitte, gioie e dolori inquantificabili: montagne russe continue senza un freno, che a volte avrebbe potuto fungere quasi da salvavita per i più deboli di cuore. Ma non è questo il caso dell’Inter e dei suoi tifosi, per cui vincere (legalmente e sul campo, condicio sine qua non) è importante, ma è l’ultima cosa che conta. Perché il tifoso dell’Inter si esalta nelle sconfitte: è facile gioire per un inaspettato quanto storico 0-3 ad Higbury in casa dell’Arsenal, ma prova a spiegare una sconfitta per 0-2 a San Siro contro il Deportivo Alaves e poi continuare a seguire la squadra con lo stesso entusiasmo di prima. L’Inter è Diego Milito che abbraccia il Santiago Bernabeu dopo il 2-0 su Bayern Monaco in finale di Champions League, ma è soprattutto Ezequiel Schelotto che piange dopo aver segnato un gol in uno dei più inutili derby della storia, tra l’altro neanche vinto. L’Inter è Ronaldo che fa il Fenomeno, ma anche Jonathan che fa la pippa, salvo poi ricordarsi che non è solo brasiliano perché sembra Maicon in 16:9, quindi triangola con Tommaso Rocchi e fa esplodere San Siro (anche qui inutilmente, in finale di Tim Cup andrà la Roma). L’Inter è il Pelé portoghese, non quello brasiliano. L’Inter è Claudio Lippi che fa ridere solo a guardarlo in TV, non Marcello che vince tutto in Italia e nel Mondo. Ai tifosi dell’Inter, in pratica, non frega niente dei singoli intesi come milionari pagati per vestire la maglia nerazzurra o per sederne in panchina: interessa solo che quella maglia venga onorata in campo e fuori, che quella panchina sia un orgoglio da ostentare anche quando perdi un derby per 0-6. Sudore sul rettangolo verde, rispetto negli altri contesti. Si dà rispetto, si esige rispetto. Ci sarebbero tutti i presupposti per smettere di avere passione, la fiducia è già stata persa molto tempo fa, ma il tifoso dell’Inter riesce a superarsi sempre. Per questo, dopo quest’ultima sconfitta che può essere identificata come “Era de Boer“, continueremo ad amarla come prima e anche di più: con de Boer, senza de Boer; con Stefano Vecchi alla Corrado Verdelli, senza né Vecchi né Verdelli; con Stefano Pioli (o chi per lui, si cerca un traghettatore per uscire da questo tsunami), senza Pioli; con un allenatore italiano, ma anche con uno straniero che di italiano conosce solo pizza, spaghetti e mandolino; con una squadra, una dirigenza e una proprietà serie o semplicemente con un circo come quello odierno. Un folle circo a tinte nerazzurre. Perché perdere fa sempre male, ma quando lo fai con onore si riesce ad amare meglio e anche nella sconfitta si può trovare una piccola vittoria: grazie Frank, ci hai ricordato cosa significa essere interisti. Amala (anche dall’Olanda o ovunque ti daranno rispetto e fiducia).

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Andrea Turano
Nato nell’era Bagnoli, ma svezzato da Simoni, vive la sua vita in nero e azzurro. Parla di Inter ventiquattro ore al giorno, nel tempo libero si limita a scrivere, sempre di Inter. Sogna di lasciare un ricordo indelebile nella storia della Beneamata, come Arnautovic. E’ un tifoso sfegatato come tanti, ma obiettivo come pochi.