Crollo Italia, no agli stranieri? Un danno per l’Inter e non solo

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16 novembre 2017, 12:00
Italia

La mancata qualificazione dell’Italia ai prossimi Mondiali ha inevitabilmente scatenato il valzer dei processi e delle polemiche. Non manca il classico ritornello sui troppi stranieri, ma un blocco delle frontiere farebbe veramente bene al calcio italiano? La risposta è no, sarebbe un danno non solo per l’Inter, ma per tutto il movimento

Ormai la storia la conoscono tutti, il pareggio a reti inviolate del Giuseppe Meazza, sommato alla sconfitta per 1-0 patita nell’andata in Svezia, ha condannato l’Italia a restare fuori dai Mondiali di calcio che si disputeranno in Russia la prossima estate. Per capire la portata epocale dell’evento basti ricordare che solo una volta il calcio italiano aveva vissuto un crollo del genere e si parla di 60 anni fa quando, a causa della sconfitta in Irlanda del Nord, la Nazionale restò fuori dai Mondiali del 1958 disputati, casualità, proprio in Svezia. Come sempre in questi casi è iniziato il valzer delle polemiche e delle possibili soluzioni, provenienti da voci più o meno qualificate, per risolvere una situazione che sembra da “anno zero”: il calcio italiano è a terra, deve essere ricostruito e come sempre ritorna, immancabile, il ritornello dei troppi stranieri, ma è veramente colpa degli stranieri?

I DATI- Partiamo dai dati nudi e crudi. Si dice che il campionato italiano abbia troppi stranieri che tolgono quindi il posto ai giocatori italiani, ma analizzando i dati e paragonandoli a quelli delle altre maggiori potenze calcistiche europee ci si accorge che questa affermazione è abbastanza lontana dalla realtà. Nella Serie A italiana è straniero il 53,3% dei giocatori, per fare alcuni esempi comparativi nella Liga spagnola essi sono il 42,8%, di meno, ma non così tanti di meno, nella Bundesliga tedesca sono il 52,7%, un dato quasi equivalente a quello italiano, mentre in Premier League sono addirittura il 67,2%: eppure le nazionali di Spagna, Germania e Inghilterra sono di assoluto livello e si sono qualificate senza troppi patemi per Russia 2018 dove sono destinate a un ruolo di potenziali favorite per la conquista del titolo.

LA FOGLIA DI FICO- Quello degli stranieri non è un ritornello nuovo, anzi, sembra essere una “scusa” ricorrente per ogni fallimento del calcio italiano. Il precedente più illustre risale addirittura al 1966 quando l’Italia, impegnata nel Mondiale in corso in Inghilterra, fu eliminata al primo turno dalla Corea del Nord: agli Azzurri, reduci da una vittoria e una sconfitta contro Cile e Unione Sovietica nelle prime due partite del girone, bastava un pareggio contro la semisconosciuta e semidilettantistica nazionale asiatica, persero 1-0, condannati da una rete del “dentista” (in realtà un professore di educazione fisica) Pak Doo Ik e tornarono mestamente in Italia, dove i giocatori furono accolti a pomodorate dai tifosi inferociti e il commissario tecnico Edmondo Fabbri dal licenziamento in tronco deciso dalla Federcalcio la quale, per rilanciare il calcio italiano, decise il blocco immediato degli stranieri. Era necessario? Era veramente colpa degli stranieri? La risposta è no. Quella nazionale azzurra poteva annoverare giocatori di assoluto livello, al suo interno erano presenti i blocchi di Inter, Milan e Bologna (cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni nei cinque anni precedenti) e buona parte di quel gruppo, a cui fu aggiunto Gigi Riva, astro nascente del calcio italiano tenuto inspiegabilmente fuori dai convocati per la spedizione inglese ma aggregato al gruppo “per imparare”, fu protagonista della rinascita della Nazionale sotto la gestione di Valcareggi col titolo europeo del 1968 e il secondo posto ai Mondiali del 1970. In quel caso la colpa non era degli stranieri, ma del CT Fabbri, incapace di gestire i “clan” all’interno dello spogliatoio, diffidente nei confronti dei campioni interisti a causa del suo pessimo rapporto personale col “Mago” Helenio Herrera, che non osò scommettere sulla giovinezza e sul talento di Riva e snobbò i coreani alla vigilia del match decisivo definendoli “undici piccoletti con gli occhi a mandorla”. La colpa di quel fallimento è quindi da attribuire soprattutto a un commissario tecnico incompetente e non certo a Inter e Milan dove, in un’ossatura prevalentemente italiana, trovavano posto pochi stranieri di assoluto livello internazionale come lo spagnolo Suarez in nerazzurro e il tedesco occidentale Schnellinger in rossonero, in quel caso gli “stranieri” furono usati come una foglia di fico per coprire responsabilità esclusivamente italiane.

UN DANNO PER L’INTER, MA NON SOLO- Ma il blocco del 1966 fu utile? No, fu un danno, per l’Inter senza dubbio, ma in generale per tutto il calcio italiano. Già prima del mondiale inglese Angelo Moratti aveva in mano gli accordi economici per portare a Milano due stelle come Franz Beckenbauer ed Eusebio, due stranieri, ma due fuoriclasse che avrebbero arricchito, non impoverito, la Serie A: ciò gli fu impedito dal blocco deciso dalla Federcalcio causando probabilmente il declino prematuro della Grande Inter, squadra gloriosa, ancora ricca di talento e relativamente giovane, ma inevitabilmente logorata dalle “abbuffate” degli anni precedenti e che aveva bisogno di linfa fresca negata dalla proibizione di pescare dall’estero, anche se il discorso si potrebbe estendere anche alle altre big del campionato che dovettero arrangiarsi e rinunciare a potenziali affari oltreconfine. Il risultato non fu un aumento del livello tecnico della Nazionale che, ricordiamo, era già alto di suo come testimoniato dai risultati raggiunti negli anni immediatamente successivi, ma l’impoverimento tecnico dei club italiani che infatti, dopo i trionfi milanesi degli anni ’60 (quattro Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, tre Coppe Intercontinentali spartite tra Inter e Milan) sparirono a livello europeo e, a parte la solitaria impresa della Juventus nella Coppa Uefa 1977, dovettero aspettare la riapertura delle frontiere negli anni ’80 per tornare protagoniste gettando le basi per quell’età dell’oro che furono gli anni ’90. Ipotizzando un blocco degli stranieri applicato al giorno d’oggi lo scenario rischia di essere ancora peggiore, la Serie A sta riguadagnando faticosamente un po’ del prestigio perduto negli anni passati, impedire alle big del campionato di poter pescare dall’estero inevitabilmente porterebbe a un impoverimento tecnico del nostro calcio, probabilmente i piani di proprietà straniere come quella cinese dell’Inter verrebbero sconvolti e questo potrebbe causare una fuga di capitali e sponsor dal nostro calcio già non troppo in salute da questo punto di vista, le squadre italiane faticherebbero nelle competizioni europee più di quanto non facciano già adesso, schiacciate dalla competizione con le altre società europee, inoltre non crediamo che ciò possa portare a un vero miglioramento della qualità dei giocatori italiani. Il Mondo ormai è sempre più globalizzato e il calcio non fa eccezione, la competizione portata dagli stranieri può essere utile anche per gli italiani, garantire il posto da titolare a sei italiani per squadra (come da proposta diventata virale sul web in questi giorni) porterebbe solo a un problema di meritocrazia, garantire il posto a giocatori tecnicamente non all’altezza solo per una questione di nazionalità non porterebbe certo a un innalzamento del livello, ma solo a un generale appiattimento sulla mediocrità.

LE RESPONSABILITA’- Di chi è quindi la colpa del fallimento contro la Svezia? Prima di accusare gli stranieri è lecito interrogarsi sulle responsabilità italiane, in particolar modo quelle di un CT come Ventura, approdato sulla panchina della nazionale alla soglia dei 70 anni e dopo una carriera spesa in provincia, che probabilmente è stato triturato da un qualcosa più grande di lui. Ventura ha dato segni di totale confusione fin dalla netta sconfitta contro la Spagna che ha di fatto condannato l’Italia ai play off, da quel giorno la sua Italia si è sciolta, ha assorbito tutte le confusioni, le paure e le ansie di un tecnico per altro palesemente sfiduciato dal gruppo, tutti elementi potenzialmente esplosivi che infatti si sono mostrati drammaticamente nel doppio confronto con la Svezia, dove si è vista una squadra intimidita e bloccata nella gara d’andata, per larghi tratti succube dell’avversario, e senza idee e convinzione nemmeno nella gara di ritorno al Meazza, dove gli Azzurri hanno sì attaccato per 90 minuti, ma senza uno straccio di idea, dando la sensazione di una squadra disperata che butta il pallone in avanti a caso nella speranza di “trovare” un gol. Il CT, ormai anch’egli in totale confusione, ha messo tanto di suo schierando formazioni discutibili e completando l’opera con cambi che ai più sono sembrati senza senso, compreso il povero De Rossi il cui sfogo intriso di romanità “rubato” dalle telecamere ha fatto il giro del web.

LA MENTALITA’- Pare assurdo dare la colpa agli stranieri per un fallimento che sembra essere totalmente “made in Italy”, la Svezia era battibile e con un po’ più di fortuna negli episodi la si sarebbe potuta anche battere, ma non è successo, ora quindi è il momento dei processi. Almeno per questa volta non si può accusare l’Inter, ormai da diversi mesi la squadra che “presta” più giocatori alla nazionale (quattro, Candreva, Gagliardini, Eder e D’Ambrosio) insieme alla Juventus e i cui ragazzi trovano posto in tutte le nazionali giovanili. Il problema è strutturale, qualcosa si è indiscutibilmente bloccato non tanto nella formazione dei giovani calciatori, quanto nella loro maturazione e nel loro salto di qualità, e continuare a ripetere il mantra dei “troppi stranieri” puzza tanto di ricerca di un capro espiatorio per non ammettere la realtà di un fallimento che scoperchierebbe probabilmente un vaso di Pandora colmo di responsabilità esclusivamente italiane. Da anni vengono bruciati talenti molto promettenti condannandoli a passare i primi e decisivi anni della carriera facendo la spola nei più remoti angoli della penisola in prestiti continui nelle categorie inferiori dove, in contesti decisamente poveri dal punto di vista tecnico e tattico, possono imparare ben poco e finiscono per adeguarsi alla mediocrità generale. Nel calcio italiano si è “giovani” a tempo indeterminato e troppo spesso si vedono giocatori di 23-24 anni che vengono sacrificati a scapito di altri perché “troppo giovani”, manca la fiducia, manca la voglia di osare: si può discutere quanto si vuole sulla riforma dei vivai, sugli stranieri, sulle squadre B e sulle possibili soluzioni che il calcio italiano può adottare per uscire dalla sua crisi, ma fino a quando non ci sarà un cambio di mentalità, e il recente attaccamento alla poltrona mostrato dal Presidente Federale Carlo Tavecchio non induce all’ottimismo, non si troverà mai una soluzione definitiva.